martedì 4 marzo 2014

Tra l'incudine russa e il martello occidentale



TRA L’INCUDINE RUSSA E IL MARTELLO OCCIDENTALE

La crisi in Ucraina assomiglia troppo a quella che negli anni novanta devastò la Jugoslavia.
In Jugoslavia l’ultimo atto della guerra venne rappresentato dall’”operazione tempesta” nella Krajina croata e vide l’espulsione in massa della popolazione serba che abitava quelle regioni da secoli.
Analogia nel nome, questione etimologica si, ma che cela la sostanza delle vicende comuni ad una zona appunto di frontiera, Ucraina come Krajina hanno lo stesso significato, terra di confine, frontiera.
 
Da sempre terre e popoli facili preda di nazionalismi e di una etnicizzazione dirompente nei rapporti sociali, paradosso di una storia che in Europa come negli Usa si vorrebbe passata.
La visuale eurocentrica non aiuta a comprendere quanto accade e quanto è accaduto in passato nelle terre di confine. Qualche nostalgico neofascista ha voluto farci credere che l’abbattimento delle statue di Lenin o in Croazia di Tito aprissero al mondo strade nuove e felici ai popoli coinvolti, ma così non è stato, mai.
 
La crisi Ucraina nasce in un paese che non è mai stato uno Stato-nazione, da sempre attraversato da lingue, culture e popoli diversi, ed ora attraversato letteralmente da oleodotti e metanodotti che portano nella EU gli idrocarburi russi.
 
Contrariamente a quanto vogliono far credere i seguaci del “complottismo”, sempre pronti a cercare le cause delle rivolte sociali nelle influenze esterne, l’esplosione di rivolte a cui partecipano ampie fette di popolazione hanno sempre delle cause interne di varia natura economica, sociale e politica, su cui inoltre si innescano rivendicazioni etniche e/o religiose. Su queste poi cercano di far leva gli interessi politici ed economici delle classi borghesi nazionali e gli interessi economici e strategico-politici degli Stati imperialisti, che cercano di utilizzare gli eventi a loro favore.
 
In Ucraina si scontrano le differenze economiche ed etniche di due settori geo-politici: quello occidentale e centrale a prevalenza etnica ucraina, caratterizzato da una bassa industrializzazione e da un enorme bacino agricolo sotto sfruttato, storicamente più legato alle Nazioni che confinano ad occidente (e quindi più tendenzialmente all’Europa), e quello orientale e meridionale, a prevalenza etnica russa, caratterizzato da una più forte, anche se obsoleta, industrializzazione, storicamente ed economicamente più legato alla grande madre Russia.
 
La rivolta esplode nel settore centro occidentale ed assume, per le peculiarità sopra esposte, caratteristiche anti-Russe. Ha origini politiche, prevalentemente nelle classi medie e negli studenti che si ribellano contro la corruzione dell’apparato statale del filo russo Yanukovich, e origini socio-economiche in seguito alle illusioni delle classi lavoratrici, tradite dalle oligarchie dirigenti susseguitesi dopo la caduta del muro di Berlino e tradite dagli effetti dell’ultima crisi capitalista.
 
In questo scenario si inseriscono, come spesso accade a queste longitudini, i tentativi delle organizzazioni di estrema destra e fasciste di aumentare la loro influenza attraverso l’acquisizione di fette di potere politico; è la strada che stanno percorrendo organizzazioni del settore centro-occidentale, fasciste e nazionaliste, come i partiti Svoboda, Batkivshchyna e Pravy Sektor, spesso in concorrenza tra loro. Ma le organizzazioni fasciste sono proprie anche del blocco antagonista filo-russo, dove estremisti di destra, stalinisti, Cosacchi e fanatici ortodossi, combattono tutti insieme contro i Banderoviti (soldati di Stepan Bandera, capo militare e politico collaborazionista durante l'occupazione nazista). La sola differenza è la tradizione storica a cui si richiamano.
 
Ed in questo scenario si innescano anche le mire politico-economiche dei potentati oligarchici locali, in concorrenza tra loro, come quelli rappresentati dalla famiglia Yanukovich o da Yulia Tymoshenko, personaggio falsamente descritto dalla propaganda mediatica occidentale come un’eroina della libertà, quando in realtà è una sorta di Berlusconi ucraina, immischiata in diverse faccende finanziarie.
 
Ed in questo scenario, e non poteva essere altrimenti, si inseriscono gli interessi degli Stati imperialisti. Interessi che sono strategici, addirittura vitali, come quelli russi che in Crimea hanno una loro fondamentale base militare; politici come quelli nord-americani, che cercano di sfruttare il conflitto per far perdere terreno alla Russia o perlomeno di ostacolare un probabile avvicinamento di interessi tra questa e la UE. Ci sono gli interessi politici ed energetici dell’Europa, visto che l’Ucraina è, come dicevamo sopra, terra di attraversamento di importanti corridoi energetici che trasportano gli idrocarburi russi in territorio europeo. Ed infine ci sono gli interessi economici cinesi, indifferenti alla forma politica dello Stato ucraino, ma profondamente interessati alle potenzialità agricole dello stesso.
 
Che il conflitto, o la spartizione del paese per evitarlo, sia quindi inevitabile è quasi un dato di fatto: da un lato nazisti galiziani e nazionalisti confusi appoggiati dalla Unione Europea a caccia di mercati  e di manodopera a basso costo, con a fianco l’amico/rivale Stati Uniti desideroso di spostare ad Est il fronte Nato, dall’altro la Russia che non è disposta ad essere spodestata dalla propria influenza su territori vitali.
 
Tutto questo impone una riflessione su quanto sta avvenendo. È fondamentale, a partire dagli strumenti analitici in possesso della prassi antiautoritaria e antimperialista, fare il possibile affinché la classe lavoratrice non sia preda dell’influenza nefasta dell’uno o dell’altro potentato interno e dell’uno o dell’altro polo imperialista. Perché troppo spesso si assiste a fatidici antimperialisti che si schierano con Putin e la Russia, oppure a parte della sinistra “per bene” che si trova a fianco dell’imperialismo americano ed europeo, a rappresentanze politiche che stanno zitte o balbettano confuse, ai seguaci della caduta tendenziale del tasso di profitto e della “comunistizzazione” subito che si perdono in analisi tanto fantasmagoriche quanto inutili.
 
È importante innanzitutto fare chiarezza sul fatto che il proletariato ucraino non ha governi amici, che siano di colore bruno o arancione, e che il proletariato internazionale non ha Stati amici, che siano borghesi o presunti operai. E che non esistono scorciatoie nazionaliste: l’unica strada percorribile, a corto e a lungo termine, è l’autonomia e l’autodeterminazione delle classi sfruttate a tutte le latitudini e le longitudini. Fare chiarezza su questo aspetto, in questo periodo di grande confusione, è il primo obiettivo, senza il quale non sarà possibile costruire, così come auspichiamo, una ricomposizione del fronte di classe internazionalista.
 
L'assenza di guerra non è pace, ma ora come ora che per evitare che il maggior numero di proletari rimangano coinvolti in una guerra fratricida, che almeno la ridisegnazione dei confini e degli assetti avvenga senza ulteriori spargimenti di sangue.
 
Marzo 2014
SN- FdCA

domenica 16 febbraio 2014

Fuoco di sbarramento

Di nuovo (ma abbiamo mai smesso di esserlo?) sotto il fuoco di sbarramento dell’oligarchia economica.
E le forti richieste che arrivano dai banchieri e governi hanno nuovi vassalli da impiegare nella guerra di classe dei ricchi contro i lavoratori ed i ceti meno abbienti, anche in Italia.
Come leggere, senza perdere di vista l’affermazione autoritaria delle scelte del novello  Renzi,  l'evoluzione politico in atto?
Confindustria, e non solo quella di Pordenone con la richiesta di messa in schiavitù dei lavoratori Elettrolux, fa sua per bocca di Squinzi la richiesta di riforme strutturali sul salario, ancora una volta viene additato come troppo oneroso il già misero stipendio dei lavoratori italiani, e quindi una richiesta di deroghe, estendibili a tutti i comparti, come richiesto dal famigerato accordo di CGIL CISL UIL e Confindustria sulle nuove relazioni sindacali, contro  la possibilità di dare un sussidio minimo agli ormai milioni di senza lavoro.
Queste sono le coordinate sul quale si muoverà  la politica renziana, ancora  tagli e privatizzazioni con conseguente aumento della macelleria sociale, riduzione dei salari reali, il tutto fatto in nome della governabilità e di una nuova immagine politica. Coloro che si apprestano a questa nuova operazione sono gli stessi individui, donne e uomini, degli stessi raggruppamenti politici, che ieri hanno condannato alla fame milioni di lavoratori e di pensionati  ed hanno impedito ai giovani di entrare al lavoro, con quel grande genio della politica che è Mario Monti che con la legge Fornero, promossa e voluta dagli stessi attori politici che oggi si apprestano a dare un altro violento colpo alle condizioni di vita della classe operaia, ha distrutto la base solidaristica costruita in decenni di lotte.
Non è successo per caso l’accordo del 10 gennaio, e non ne è estraneo Guglielmo Epifani, che di questa operazione finanziaria scaricata  sulle spalle dei lavoratori  è il terminale governativo.  E mentre  Renzi, ed il suo partito di uomini e donne di cera si apprestano a dare finalmente quel nuovismo all’Italia che risponde solo alle logiche della BCE e dell’accumulazione per esproprio di capitale, è stato facile  dare 10 miliardi di soldi pubblici a banche private con il decreto Imu Bankitalia.
La temperatura politica si può così stabilizzare, una volta  in più riconosciuto l’avversario da colpire, i lavoratori ed i disoccupati, non sarà difficile trovare qualche volontario anche tra le truppe grilline, anche esse  prive di rendita da scandali a buon mercato.
E se qualcosa si  muove nell’opposizione sociale e politica,  e  gli arresti preventivi di ieri a Roma ed a Napoli di decine di attivisti per il diritto alla casa ed al reddito stanno a dimostrare che qualcuno teme la ripresa dell’antagonismo sociale basato su problemi  e proposte reali, a partire dalla giornata di mobilitazione del 22 febbraio prossimo,  il potere deve dimostarre che la disperazione delle persone che hanno perso il lavoro e la casa non si può gestire se non in modo autoritario. Quindi una attenta regia cerca di  impedire a colpi di repressione che queste esperienze si leghino in fenomeni collettivi. L’accordo del 10 gennaio ha anche questo segno, impedire ogni  opposizione sindacale che  si possa ancora delineare  per tentare ancora di tenere aperta la speranza di una risposta politica e sociale di classe, della nostra classe, alle condizioni di vita ormai inaccettabili per milioni di persone. Per questo il ricorso alla magistratura che USB ha detto di portare avanti denunciando l’accordo del 10 gennaio come anticostituzionale coglie nel segno, ma è sempre il governo renziano che può spiazzare tutti con una nuova legge sulla rappresentanza che glorifichi di norma e  di fatto l’accordo del 10 gennaio.
Nei posti di lavoro, nelle realtà sindacali ancora in grado di generare conflitto o almeno dissidenza, nelle realtà sociali di lotta e di rivendicazione, in tutte  le situazioni in cui l'intersezione sociale crea coesione di classe e accumulazione di forze proletarie  e popolari, il ruolo  dei comunisti anarchici, dei libertari, dei rivoluzionari è indispensabile perchè la guerra di classe sarà lunga, e quando si vincerà dovremo ricordare a questi signori le buone maniere.

SN FdCA - febbraio 2014

giovedì 13 febbraio 2014

Il carabiniere e la bambina

Il carabiniere e la bambina

Il carabiniere e la bambina
Scuola media di un paese della bassa Valle di Susa.
Una mattina come tante: campanella, tutti in classe, e mentre si chiacchera arriva il prof: “Oggi niente lezione, si va in palestra ad ascoltare l’arma dei carabinieri”
E così ci si “intruppa” e si prende posto.
Il carabiniere relatore spiega nei dettagli quanto bene fanno alla popolazione, spiega cos’è il bullismo e come loro possono intervenire in simili casi, che la loro missione è quella di aiutare i più deboli e fermare i cattivi, infine un bel video dove si vedono volanti sgommare, cattivoni arrestati e bambini salvati.
Tutto sembra finito nei migliori dei modi…ma c’è un ma.
Perchè i bambini possono fare delle domande e la prima domanda la fa una piccola bambina che frequenta la prima media (11 anni!) che molto candidamente dice: “Voi dite che fate tanto bene, ma in questa Valle io so che picchiate e manganellate i no tav, a me non sembra che facciate tutto sto bene”.
Al che il carabiniere si dimostra per quello che è, e al posto di chiudere la questione con una battuta inizia un lungo panegirico contro i no tav:  ”Sono “disobbidienti (usa prorpio questo termine), non ascoltano come quando un bambino non ascolta la mamma” e in un crescendo wagneriano inizia a raccontare che si camuffano, tirano pietre e bombe, attaccano le reti e che fanno cose illegali e quest’ultima parola la ripete più volte.
La bambina ascolta, poi finito il panegirico, si ritrova ancora il micorfono in mano e allora ribatte: “Ma a me sembra che i primi ad essere illegali siete voi. Sparate dei gas lacrimogeni che sono vietati da tutto il mondo, proprio voi che dovreste essere legali”.
A quel punto succede quello che non ti aspetti.
Succede che tutti i bambini si mettono ad applaudire e ad osanarre la piccola bambina di prima media e che il carabiniere non riesce più a parlare.
Lei in tutto quel clamore scoppia a piangere per l’emozione, mentre i tutti i bambini gli sono adosso: chi le  fa i complimenti, chi l’abbraccia, chi le dice che è una piccola eroina.
Nelle ore dopo non si parla di altro. Della “primina” che ha azzitito il carabiniere.
Stiamo sereni perchè hanno già perso!

fonte: http://www.autistici.org/spintadalbass/?p=1013