martedì 22 luglio 2014

Palestina, l'ostaggio perenne


Continua la guerra nella Striscia di Gaza governata da Hamas, anche se in tutto il mondo continuano le manifestazioni contro le scelte guerrafondaie di Israele. Dalla scomparsa dei tre coloni da Gush Etzion, (colonia per soli ebrei sotto il controllo totale dello stato di Israele in Cisgiordania), Israele ha posto sotto assedio quattro milioni di palestinesi,  bombardando ospedali, scuole, ogni sorta di obiettivi civili,  distruggendo e saccheggiando case, rubando, effettuando sequestri, ferendo e uccidendo sia in modo mirato che indiscriminato al di fuori di ogni legislazione internazionale.
Oltre  cinquecento  abitanti di Gaza sono stati uccisi, tra di loro tante donne e bambini, e la strage non si ferma; non si contano più  i feriti e il terrore fa tutto il resto su un popolo in carcere che non può scappare o nascondersi nei bunker.
Quest’ordinaria brutalità è la politica ufficiale dello stato di Israele portata avanti dai suoi militari, senza  dimenticare le violenze  compiute dai coloni israeliani paramilitari, le cui continue aggressioni verso i civili palestinesi sono Aumentate nelle ultime settimane, l’ultimo episodio è il rapimento poi l’uccisione (bruciato vivo) di Mohammad abu Khdeira.
Ma l'obiettivo del governo di Israele è duplice, evitare l'accelerazione degli accordi di pace e rompere l'unità di governo palestinese.

Sin dall'elezione di Obama ha continuato ad aumentare la pressione internazionale esercitata su Israele perchè si ritirasse dai territori occupati nella guerra del 1967. La maggior parte degli sforzi israeliani va nella direzione di allentare questa pressione e di far saltare il recente accordo tra l'elite palestinese al governo in parte della Cisgiordania e l'elite di Hamas al governo della Striscia di Gaza. La resa di Hamas, messa in ginocchio dalla crisi economica,  alla Autorità Palestinese, complicata dalle scelte del governo egiziano, minaccia molto seriamente quel progetto di divisione permanente dei Palestinesi a cui Israele ha dedicato tanti sforzi, e l'ipotesi del totale collasso del governo di Hamas nella Striscia di Gaza spaventa Israele più di ogni altra cosa.

Quando  nel 2005 Israele, per schivare  la richiesta  dei Palestinesi ad uscire dai territori occupati nella guerra del 1967,  compì una sorta di ritirata, facendo evacuare i suoi coloni dalla Striscia di Gaza, spostando l'esercito e mettendo fine ad un suo controllo diretto sulla Striscia, ne fece un gigantesco ghetto in perenne ostaggio, in cui controlla tutto quello che entra e esce, nonchè tutti i movimenti dei residenti. Questa strategia israeliana finalizzata a "liberare" in parte la Striscia di Gaza, puntava ad evitare che la giurisdizione ed il governo sulla Striscia andasse alla Autorità Palestinese, per rendere possibile invece che il controllo fosse preso dai fondamentalisti separatisti di Hamas, che lo stesso Israele aveva sponsorizzato anni prima quale concorrente dell'elite palestinese al potere con cui aveva firmato gli accordi di Oslo 20 anni fa.
Controllare i residenti ed il governo nella Striscia di Gaza, ma senza che si rendessero interamente liberi dall'egemonia israeliana, era il mezzo per proteggere gli sforzi israeliani nella presa della Cisgiordania.
Quando il mutamento di regime in Egitto ha portato alla sconfitta dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas è alleato, l'assedio su Gaza si è stretto ancora di più con la chiusura quasi totale delle vie di rifornimento in mezzi e fondi per il regime di Hamas. In preda alla disperazione, l'elite al potere di Hamas era giunta ad un accordo di tregua condizionata con l'elite al governo della Autorità Palestinese in Cisgiordania. Questo accordo si presentava come una minaccia per la strategia israeliana del divide-ed-impera che aveva funzionato per tanti anni e che giustificava in parte il rifiuto israeliano per un accordo di pace con l'Autorità Palestinese e per il ritiro dalla Cisgiordania occupata nella guerra del 1967.
Per far saltare questo accordo di tregua e di unità che cerva di superare le divisioni interne alle élite palestinese Israele ha lanciato un attacco contro Hamas - sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza - con la speranza di provocare e suscitare un duro scontro il cui esito sarebbe stato la restaurazione al potere di Hamas indipendente ma indebolita e sottomessa.... Ma il governo egiziano con a capo il Generale Sisi, che era il primo responsabile del taglio dei rifornimenti alla Striscia di Gaza governata da Hamas, si è rifiutato di fare la sua parte a causa della sua ostilità verso i Fratelli Musulmani e di conseguenza verso Hamas ed ha fatto fallire questo tentativo. Necessario a questo punto per Israele trovare una ragione, plausibile o sproporzionata che fosse, per un attacco diversivo e un'ennesima offensiva militare e mediatica. Da qui la strage infinita, finta e atroce rappresaglia in nome di tre giovani e innocenti vittime.

Non basta un cessate il fuoco e la fine momentanea  della strage infinita che colpisce i palestinesi: insieme alle forze sociali che in tutto il mondo, Israele compresa, manifestano questi giorni, chiediamo la fine  dell'assedio di Gaza, il ripristino dei diritti civili, primo fra tutti quello alla pace e alla vita, alla terra e all'acqua, per tutt* coloro che abitano i territori, la cessazione delle occupazioni illegali e della doppia legislazione.
Sosteniamo tutte le forze sociali e politiche che dentro Israele e in Cisgiordania lottano unitariamente dal basso contro l'occupazione israeliana, contro la militarizzazione e l'apartheid. Anche in queste durissime settimane non sono mancate le manifestazioni unitarie dei comitati popolari palestinesi, degli attivisti internazionali e di Anarchici contro il Muro, come le forme di protesta, anche duramente contestate dalla destra israeliana, degli antimilitaristi, delle donne e degli uomini che si oppongono a questa infame politica di sopraffazione e di odio e che sanno che costruire giustizia, insieme, è il primo passo per costruire la pace. Noi siamo con tutt*  loro.
Oltre i confini, oltre le appartenenze etniche e religiose, oltre ogni Stato.
Federazione dei Comunisti Anarchici - Luglio 2014

giovedì 10 luglio 2014

CHI DICE CHE IL FUTURO E' FINITO?

Chi dice che il futuro è finito?
Per alzare lo sguardo sulla fase attuale della ristrutturazione capitalistica.

Sulle montagne russe del double-dip

I diversi fattori che al momento sembrano scollegati tra loro delineano il punto di caduta o, almeno, il tentativo del capitale di trovare un nuovo equilibrio internazionale per assicurare una nuova fase di accumulazione capitalistica, in area occidentale (USA-EU).

Ciò che viene comunemente definita crisi e che dal 2008 affligge interi popoli sembra non poter uscire dalla propria dimensione monetaria.

Una politica monetaria -che vede le banche commerciali protagoniste nella creazione di danaro attraverso il prestito reso possibile dall’aumento del debito- ha una funzione temporale necessaria a proteggere la capitalizzazione del sistema finanziario, ma ha il pregio di mostrare a tutti quali sono le dinamiche del potere finanziario.

I prestiti della BCE a tasso zero servono solamente al sistema finanziario a non collassare. Una economia fatta di debito e di de-industrializzazione delle vecchie aree di insediamento produttivo si arrabatta a emettere moneta, a cancellare diritti e tutele, producendo in un tempo ormai troppo dilatato:

-stagnazione con ricadute sociali devastanti;

- valorizzazione del capitale che avviene mediante saccheggio delle risorse pubbliche, umane e naturali;

- conseguente esplosione del debito pubblico a causa della ricaduta su di esso del debito privato e della mancanza di leve fiscali progressive e generali.

Sembra che ci si prepari ad una nuova fase della crisi. La possibilità di una nuova evaporazione del capitale fittizio accumulato sta allarmando il mondo finanziario e qualcuno sta tentando di correre ai ripari, come ai vecchi tempi, per garantire i fondamentali,  Capitale e Stato a garanzia di un'area economica di 800 milioni di consumatori, pronti per subire ulteriori soprusi e resi funzionali di un sistema autoritario senza precedenti.

E’ in questo senso che si devono vedere i grandi avvenimenti che si stanno susseguendo in questo periodo, con una accelerazione forzata dei tempi politici, ora pronti a ridisegnare una cornice  disintegrata dalla crisi e dalla mutazione imposta dal capitale finanziario.

Xapitale finanziario che,  nell’ambito delle politiche economiche  e nella sua dimensione europea, sta mettendo in luce quelle che sono le vere dinamiche politiche (e militari) che si intravedono, ma che non vengono esplicitate correttamente, per non   renderle di dominio pubblico. La loro importanza per la vita di milioni di lavoratori, infatti, è tale per cui vengono oculatamente riservate agli addetti ai lavori, ad una classe politica che obbedisce a multinazionali e banche che cercano la loro espansione o sopravvivenza a danno delle classi subalterne.

Ucraina ed Est-Europa

Ucraina, Moldova, Georgia si sono affrettate a firmare un trattato di libero scambio con la UE. Dopo aver defenestrato il vecchio presidente ucraino Yanukovic ed il suo governo, con l’aiuto di servizi segreti USA e polacchi, l’appartenenza di questi paesi all’influenza euro-dollaro è assicurata. Non è esattamente un trattato di libero scambio: è semplicemente la sottomissione di questi paesi all’imperialismo europeo ed americano, la rimozione delle barriere doganali per le importazioni ucraine. La fine del prezzo di favore che veniva garantito dalle forniture di idrocarburi dalla Russia sembra essere bilanciato dalla privatizzazione della intera struttura di estrazione e distribuzione degli idrocarburi. La Monsanto e la Cargill,  da tempo presenti nel paese, si sono affrettate a garantirsi una posizione di favore sul comparto agricolo ed alimentare. La miseria degli ucraini sarà mitigata da un intervento del FMI e della Banca mondiale, a testimonianza che oltre al ruolo militare e di infiltrazione, la mano USA ha spinto fino alla guerra per allacciare al carro euro-atlantico questa parte di Europa, isolando la Russia sul versante asiatico e rendendo difficile ogni rapporto in chiave euroasiatica, come era nelle intenzioni del governo di Mosca.

TTIP

L’accelerazione che sta avendo la discussione (segreta) sul trattato di libero scambio transatlantico tra UE ed USA  e di cui giungono alcune veline ai quotidiani, sembra essere ormai questione vitale per gli USA e per i capitali che deve esportare ( anche se fittizi), dato che la FED continua a stampare miliardi di dollari al mese.

Un trattato, questo, che include vincoli militari, ma che conferma e sancisce la politica liberista contro ogni tipo di spesa pubblica, di risorse comuni, che rivendica il privilegio dell’investitore internazionale a fare valere le clausole del contratto, fatto di privatizzazioni non solo del sistema produttivo o di quanto resta di esso , ma di tutte le multi-utility e del sistema di welfare che ancora sta in piedi in Europa.

Il Ttip sarà la condizione legale per l’esproprio finale della ricchezza e del futuro dei intere popolazioni, sancito da un accordo di diritto internazionale che vedrà le multinazionali poter rivalersi sugli Stati per la mancanza del rispetto degli accordi presi, che non sono solo quelli che garantiscono la vendita nel mercato europeo di pollo alla varechina o di carne agli estrogeni e di colture di massa fatte di OGM, ma vi sarà anche la possibilità, ad esclusione di vini e liquori, di poter produrre altrove prodotti agricoli europei che si erano conquistati marchi DOP e DOC la cui imitazione era fino ad ora considerata frode.

Anche la vicenda del tentativo di accordo europeo per l’elezione di Juncker come candidato condiviso da PPE e Socialisti Europei ha avuto un attacco da destra: il no dell’Inghilterra di Cameron e dell’Ungheria di Orban hanno solo messo in evidenza la difficile trattativa in corso sul trattato e le ricadute dirette sulle loro politiche di vassallaggio liberista.

Fino ad ora erano gli Stati che contrastavano le politiche espansioniste della finanza e delle multinazionali, spesso con sotterfugi che richiamavano alla sicurezza dello Stato, quali vendite di patrimonio ritenuto strategico, ferrovie, autostrade, porti, acciaio e chimica, centrali energetiche ecc..

La colpa del debito e del default

Domani sarà sicuramente impossibile che Regioni, Stati, Comuni, possano avvalersi del diritto a difendere la comunità dalle imprese transnazionali e dai capitali degli investitori, che non vogliono possa ripetersi quanto accaduto agli Hedge Found americani con il sostegno della Corte Suprema: cioè che  si trovino a dover trattare con il governo argentino per veder riconosciuto il loro ruolo criminoso di creditori. E questo è solo uno degli esempi più recenti sul ruolo che assumono gli investitori internazionali sul debito di un paese che non ha un peso politico sufficiente a contrastare questa barbarie.

Le guerre endemiche

Le guerre in atto per la re-distribuzione di aree di influenza e per contrastare paesi ed aree con un accresciuto peso politico e militare è sotto i nostri occhi:

La disintegrazione del Medio Oriente sotto massicci interventi di dollari elargiti dagli Stati del golfo, Arabia Saudita e Quatar in testa; il ruolo di potenze regionali di Iran e Turchia; la guerre in Africa e la distruzione della Libia, la vicenda Ucraina e l’aver isolato la Russia dall’Europa avvicinandola alla Cina, sono frutto delle politiche americane e della difficoltà economica  degli USA. Si disegna un futuro che garantisce al capitale di sopravvivere anche se con costi sociali devastanti.

Povertà ed inquinamento, sfruttamento intensivo delle vite e dell’ambiente, controllo del tempo e dello spazio di vita. disegnano il nostro futuro.

Imperialismo

Se a questi fenomeni di ridefinizione strategica delle potenze imperialiste aggiungiamo la corsa agli armamenti sull’intero globo, sembra non escludersi un allargamento dei conflitti in corso. Sembra un’equazione semplice: crisi da sovrapproduzione di merci e capitali, nascita  ed ascesa di nuovi poli economici e politici, tentativi di espansione finanziaria e mercantile, re-dislocazione della manifattura….

In una parola l’imperialismo che riemerge come categoria interpretativa dei conflitti.

Un nemico che conosciamo da quasi un secolo, che dovremmo sapere come combattere. Con le armi della mobilitazione internazionale delle organizzazioni di massa dei lavoratori, dell’alleanza politica delle forze rivoluzionarie anti-imperialiste ed anti-stataliste, contrapponendo la solidarietà internazionale di classe al militarismo ed nazionalismo.

Per l’alternativa libertaria, organizzazione ed autogestione internazionale.

FdCA-Segreteria Nazionale

Luglio 2014

giovedì 24 aprile 2014

25 Aprile 2014 - CORTEO DELLE RELTA' SOCIALI DI ROMA EST
Appuntamento a Piazza delle Camelie 0re 9,30