martedì 11 novembre 2014

14 NOVEMBRE 2014


14 NOVEMBRE 2014

SCIOPERARE E MANIFESTARE

NEI POSTI DI LAVORO E NEI TERRITORI

PER CONTRASTARE LA DISTRUZIONE DEI NOSTRI DIRITTI

PER RICOSTRUIRE L'OPPOSIZIONE SOCIALE

PER RIPRENDERCI LA LIBERTA'

DI IMMAGINARE E DI SPERIMENTARE

L'ALTERNATIVA LIBERTARIA ALLA BARBARIE CHE AVANZA

 

Non è la prima volta che succede. Non è la prima volta che il mondo del lavoro sindacalizzato intreccia la sua lotta con le realtà sociali di base che nei territori, da anni, fanno da argine e da rete solidale di conflitto contro la devastazione capitalistica dei luoghi di vita e dell'ambiente.

Ma questo 14 novembre cade nel sesto anno di una crisi che non è più solo finanziaria,solo economica ed occupazionale. Siamo nel sesto anno di una crisi che punta direttamente a minare alla fondamenta la libertà dei lavoratori di organizzarsi e coalizzarsi nei luoghi di lavoro, di scendere in piazza per manifestare la loro opposizione alla distruzione di posti di lavoro e  di reddito. Si tratta di un attacco non contingente, ma che punta a definirsi come sistema: un sistema in cui non è prevista alterità rispetto agli interessi del capitalismo, non è prevista organizzazione sindacale che rappresenti interessi autonomi dei lavoratori rispetto alle aziende. Non è prevista la speranza di una  società più giusta e più solidale. Nemmeno la mera dignità del lavoratore, condannato invece ad uno stato di precarietà infinita. Nel lavoro e nella vita.

Al tempo stesso nei territori, questa crisi punta alla ghettizzazione delle forme di opposizione sociale, alla loro criminalizzazione ogni volta che si osi mettersi di traverso rispetto alle grandi opere inutili, o rivendicare reddito sociale, diritto alla casa ed alle risorse, o costruire democrazia dal basso contro la decomposizione della democrazia rappresentativa.

E nella crisi che impone la sua autorità come sistema e normalità, diventa banale e normale la repressione, legittima la violenza di Stato, impunibile ogni arbitrio in divisa.

Jobs Act, legge di stabilità, Buona Scuola, non si possono contrastare pensando di contare solo sulla capacità coalizzatrice della FIOM o sulla forza di volontà dell'arcipelago sindacale di base, convergenti per caso o per necessità, nel porsi come argine e come opposizione.

Per fermare la trasformazione dei lavoratori da soggetti di dignità in casuali ed anonimi prestatori d'opera, per evitare che il TFR venga scippato per la seconda volta, che cada il gelo perpetuo sui contratti del Pubblico Impiego, che i pensionati subiscano l'oltraggio dell'impoverimento per legge, per tarpare le ali alla Buona Scuola governativa che renderebbe la scuola italiana la peggiore mai vista negli ultimi 60 anni, occorre che il mondo del lavoro organizzato nelle fabbriche, nei capannoni e negli uffici ed il mondo della precarietà e della conflittualità sociale organizzata nelle città,  nei quartieri, nei territori, trovino proprio qui -nel territorio- reciprocamente, le forme di cooperazione e di solidarietà necessarie.

Necessarie forme di convergenza e resistenza, per ricostruire unità di lotta e di sperimentazione anticapitalista, investendo nella capacità di organizzazione dal basso, nella diffusione e sedimentazione della coscienza di essere classe con interessi  autonomi e divergenti da quelli del capitalismo e dello Stato.

Per riprenderci il territorio e le sue risorse, per prenderci le fabbriche e le terre, occorre un conflitto sociale diffuso e reticolare, sistematico e costante, in grado di esprimere crescente radicalit・ dal basso, indirizzata verso la riappropriazione e l'autogestione di risorse comuni, patrimoniali e ambientali, culturali ed economiche, che si proponga come elemento esogeno di rottura democratica e libertaria di netto segno anticapitalista, nei territori e nel paese.

 

Alternativa Libertaria/Fdca

 

novembre 2014

mercoledì 5 novembre 2014


Per l'Alternativa Libertaria

DOCUMENTO FINALE del IX Congresso della FdCA

Il IX Congresso della FdCA, tenutosi l'1 e 2 novembre 2014 presso la Comune di Cascina Cingia in località Cingia de' Botti (CR),  decide di adottare ed adattare la denominazione della Federazione in Alternativa Libertaria/FdCA, tanto a livello nazionale che internazionale.

1. Alternativa Libertaria/FdCA, quale organizzazione politica dei militanti dell'anarchismo di classe e dei rivoluzionari libertari in Italia, colloca ed orienta il suo agire politico nelle classi sfruttate e nella società, secondo valori e coordinate quali:

      la dimensione di classe, e cioè la capacità di saper esser soggetto di lotta e di relazione con gli organismi e le lotte di massa alla luce di una analisi materialistica dei rapporti di sfruttamento e di potere;

      la pratica dellazione diretta, e cioè la costruzione dei rapporti di forza e del conflitto alla base dei soggetti in lotta, in seno alla coscienza di classe collettiva espressa dai partecipanti alla lotta;

      la pratica dellauto-organizzazione, e cioè la rivendicazione dellautonomia dei soggetti in lotta, impedendo ad interessi esterni alla coscienza collettiva di base di condizionarne lorientamento o di imporle un ceto dirigente.

     La prassi del dualismo organizzativo, e cioè la corretta relazione con tutte le espressioni organizzate di massa (sindacati, organismi di base, movimenti, comitati,...) al fine di combattere ogni collateralismo, ogni cinghia di trasmissione, ogni ideologismo e spontaneismo, per favorire invece un processo di osmosi e di arricchimento reciproco nell'autonomia dei ruoli e delle finalità politiche  e sociali.

2. Il ruolo di Alternativa Libertaria/FdCA, quale organizzazione politica rivoluzionaria è, quindi, quello

      di costituirsi come funzione politica necessaria allo sviluppo della coscienza di classe quale speranza e prassi per la trasformazione ugualitaria e libertaria della società;

     di mediazione fra le soggettività militanti che la compongono, alla ricerca continua dellunità e dellomogeneità necessarie a saper fare politica alternativa, elaborare strategia alternativa e vivere il e nel cambiamento;

     di mediazione fra il progetto anarchico ed i soggetti della lotta di classe, perché propria dei militanti rivoluzionari libertari è la funzione di memoria storica degli interessi storici del proletariato, di riportare lanarchismo al centro delle lotte di classe ed ai soggetti di queste lotte, di mostrare la coerenza delle lotte per luguaglianza e la libertà col progetto anarchico;

     di mediazione tra il gradualismo rivoluzionario anarchico e conquiste graduali:

a.    per aprire sempre maggiori spazi di libertà e di contropotere nella società civile;

b.    su obiettivi programmatici anticapitalistici ed antiautoritari.

3. Alternativa Libertaria/FdCA intende, perciò, sviluppare la sua azione politica per

      il diritto allalternativa sociale ed alla sperimentazione;

     la lotta sul terreno dellallargamento e conquiste di spazi di partecipazione contro lesclusione sociale e contro la repressione delle lotte;

      la lotta sindacale a favore della giustizia sociale (salario, diritti, servizi, );

     rivendicazioni sulla qualità della vita, habitat, consumi ed autoproduzioni, solidarietà internazionale;

     la costruzione di un tessuto di sinistra sociale che prenda forza dalla pratica e dalle proposte con mezzi, per noi, coerenti col fine e che possa eventualmente costituirsi ed agire come fronte anticapitalista rivoluzionario ed antiautoritario;

     costruire sinergie per la politica libertaria (coordinamenti, reti, alleanze, poli multipli e pluralisti, fronti anticapitalisti rivoluzionari ed antiautoritari).

4. Nel breve periodo Alternativa Libertaria/FdCA intende

      contribuire alla difesa, sviluppo ed estensione del movimento di classe dei lavoratori/trici, sostenendo tutte le forme di lotta auto-organizzate in cui lautonomia dei lavoratori/trici si esprime con rivendicazioni che rompano con le compatibilità della ristrutturazione capitalistica in corso e con la legislazione lesiva delle libertà sindacali, per lo sviluppo del sindacalismo conflittuale in seno al movimento dei lavoratori/trici;

      contribuire allo sviluppo e radicamento dei movimenti antagonisti contro la guerra, il liberismo, lo sfruttamento e la mercificazione di persone e risorse, la riduzione in schiavitù di donne e uomini, le discriminazioni sessiste ed il patriarcato, portandovi prassi e contenuti a carattere anticapitalistico ed antiautoritario;

      contribuire nei modi e nei contenuti caratteristici dei rivoluzionari comunisti anarchici- alla ricostruzione di un  composito movimento di opposizione ai governi della ristrutturazione capitalistica in Italia ed in Europa, perché la sconfitta delle politiche dell'austerity avvenga nelle piazze, nelle strade e nei luoghi di lavoro senza cadere nelle illusioni elettorali;

      contribuire allo sviluppo del movimento comunista anarchico internazionale, sostenendo la rete Anarkismo e rafforzando i rapporti con organizzazioni politiche sorelle sulla base di progetti politici e di diffusione del pensiero e dellazione dei comunisti-anarchici, comunisti libertari e rivoluzionari anarchici su posizioni di classe;

      contribuire allo sviluppo in Italia di un fronte libertario per la diffusione del progetto sociale anarchico;

     contribuire alla costruzione di un fronte sociale delle forze di opposizione e rivendicative per accumulare capacità di lotta, di contropotere e di progettualità edificatrice dell'alternativa libertaria.

88° Consiglio dei Delegati di Alternativa Libertaria/FdCA

Cingia de' Botti (CR), 2 novembre 2014

sabato 2 agosto 2014

Soluzione finale per la Palestina

Soluzione finale per la Palestina
Benjamín Netanyahu ha dichiarato che l'esercito è giunto alla fase finale di questa operazione. Ufficialmente, fase "finale" significa chiudere i tunnel attraverso cui ai progionieri del ghetto di Gaza possono giungere cibo, medicine e tutte quelle cose che si sono rese inaccessibili a causa dell'assedio medioevale imposto loro da Israele, con l'appoggio europeo, nordamericano ed egiziano. Significa tagliare le vene che ancora fanno vivere Gaza, rendere irreversibile tale grave situazione ed accelerare la morte lenta di questa comunità di circa 2 milioni di esseri umani per fame, malattie e mancanza di acqua. Sembra che Israele stia proprio cercando la "soluzione finale" alla “questione palestinese”.
 

Da fuori lo sguardo degli animali si posava sul maiale e poi sull'uomo, e poi dall'uomo al maiale, e di nuovo dal maiale all'uomo; ma era impossibile distinguere l'uno dall'altro.
(George Orwell, “La Fattoria degli Animali”)
In mezzo a cotanta barbarie che ancora una volta ci tocca vedere abbattersi su Gaza, non è mancato chi ha paragonato il regime di Israele con l' apartheid che c'era in Sud Africa. Il paragone, senza ombra di dubbio, è in difetto. Il razzismo strutturale sudafricano non è mai giunto ad un livello di brutalità sistematica come quella che oggi devono sopportare i Palestinesi.  Alcuni hanno paragonato  Gaza ad un ghetto, alle prigioni a cielo aperto in cui i nazisti rinchiudevano gli ebrei in Europa ed hanno paragonato la resistenza di Gaza alla resistenza del Ghetto di Varsavia nel 1943[1]. Lo scrittore colombiano Antonio Caballero ha descritto la Cisgiordania “come un arcipelago fatto di ghetti chiusi da muri eretti da Israele e di strade controllate dall'esercito israeliano che servono a collegare le decine di insediamenti coloniali ebrei su terra palestinese e, viceversa, a non far comunicare le comunità palestinesi”[2]. L'intellettuale israeliano Ilan Pappe concorda sul fatto che la politica israeliana cerca di trasformare le comunità palestinesi in ghetti  fisicamente separati[3]. La situazione dei Palestinesi che vivono e lavorano in Israele non è migliore: a centinaia sono stati messi in carcere da quando è iniziato l'attacco[4]; altri hanno dovuto subire veri e propri pogrom[5] scatenati da Israeliani ostili alla popolazione araba che viene accusata di sfruttare, a sputi e complotti, il miele della cosiddetta "democrazia". Facendo propria una moderna versione della eugenetica, si sono costituiti gruppi israeliani come Lehava y Hemla con lo scopo di impedire che gli ebrei si mischino con gli arabi ed ora ricevono finanziamenti dallo Stato per mantenere le due "razze" separate[6]. Israele costantemente umilia i palestinesi, li priva di ogni dignità e li annichilisce con la sua supposta potenza militare, per indurli a credere che è inutile resistere. Ma la resistenza è l'ultimo bastione della dignità.  La resistenza palestinese, per tutti i mezzi di informazione, tanto quella armata quanto quella disarmata, è quella che dimostra l'umanità che mai i colonizzatori sionisti riusciranno a strappare al coraggioso popolo palestinese.

  Ilgenerale israeliano, Moshe Dayan, una volta aveva dichiarato che “Israele deve essere come un cane rabbioso, aggressivo come se fosse molestato”. Davvero stanno agendo come cani idrofobi: un soldato israeliano ha scritto su facebook “Oggi ho  molestato ed ucciso 13 bambini  palestinesi” per poi lanciare insulti contro i musulmani[7]. Ecco i valori che vengono inculcati in questa "democrazia esemplare" - esemplare secondo gli USA. Chi si vanta, in maniera discutibile, di essere "l'unica democrazia nel Medio Oriente”, ha paradossalmente dichiarato guerra all'unico governo democraticamente eletto nella regione: il governo di Hamas in Palestina, oggi confinato a Gaza dalla forza militare e dal collaborazionismo del rivale partito palestinese, Al Fatah, messo illegalmente al potere da Israele e dagli Stati Uniti. Mentre i civili israeliani si radunano sui monti vicini per festeggiare con champagne ed abbracci ogni bomba che vedono cadere su Gaza[8]; ce ne sono altri che vanno alle manifestazioni contro la guerra a scandire slogan provocatori come “ora non c'è più bisogno di scuole a Gaza, perchè non lasceremo vivo nemmeno un bambino”[9]. Vogliono la pulizia etnica, gli hanno inculcato di essere gli "eletti" e che nessuno può calpestare il suolo che si sono presi con sangue e con il fuoco nel 1948. La bancarotta morale dello stato di Israele è tale che ciò che lo tiene unito non è altro che l'odio.

Circa 1400 palestinesi sono morti nel corsi di questo attacco e più del 70% dei caduti non erano combattenti. Circa 300 sono, di fatto, bambini. Massacrati dai bombardamenti, dalle mitragliatrici, dalle bombe “intelligenti” e a grappolo, così come da questa terribile e proibita arma chimica che si chiama fosforo bianco[10]. Un funzionario dell'Unicef ha descritto Gaza come un girone dantesco: "I bambini vengono uccisi, feriti, mutilati, bruciati, fino ad essere  totalmente terrorizzati"[11]. E la civile Europa, come se niente fosse. A migliaia manifestano nelle strade in solidarietà con la Palestina mentre i governanti europei, a braccia incrociate, assistono al genocidio imperturbabili. Navi Pillay, alto commissario per i diritti umani all'ONU ha dichiarato che gli attacchi contro le case, le scuole e gli ospedali, così come tutte le violazioni contro il diritto internazionale perpetrate da Israele, sono stati totalmente calcolati. Ma no? Il cane rabbioso ed aggressivo del Medio Oriente ha un padrone che lo protegge da qualsiasi cosa. Se non avesse la protezione indondizionata degli Stati Uniti e dell'Unione Europea,  Israele  non sarebbe in grado di fare neanche la decima parte delle atrocità che sta compiendo impunemente. Gli Stati Uniti, intanto, continuano ad inviare munizioni e cariche da mortaio per alimentare questo massacro[12].
Benjamín Netanyahu ha dichiarato che l'esercito è giunto alla fase finale di questa operazione. Ufficialmente, fase "finale" significa chiudere i tunnel attraverso cui ai progionieri del ghetto di Gaza possono giungere cibo, medicine e tutte quelle cose che si sono rese inaccessibili a causa dell'assedio medioevale imposto loro da Israele, con l'appoggio europeo, nordamericano ed egiziano. Significa tagliare le vene che ancora fanno vivere Gaza, rendere irreversibile tale grave situazione ed accelerare la morte lenta di questa comunità di circa 2 milioni di esseri umani per fame, malattie e mancanza di acqua. Sembra che Israele stia proprio cercando la "soluzione finale" alla “questione palestinese”. La deputata israeliana del partito “Hogar Judío”, Ayelet Shaked incita apertamente al genocidio ed alla pulizia etnica, incoraggiando i soldati israeliani ad uccidere le madri palestinesi affinchè non possano più partorire vipere[14]. Con questi metodi di oppressione sui palestinesi, Israele si rende sempre più simile alla bestia nazi-fascista. Come nella “Fattoria degli Animali”, alla fine, quando guarderemo all'oppressione sionista ed a quella fascista, da una prospettiva storica, risulterà impossibile distinguere l'una dall'altra.

José Antonio Gutiérrez D
31 Luglio, 2014

(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)

lunedì 28 luglio 2014

Dietro il conflitto in corso



L'Egitto insiste nel voler annientare il governo di Hamas, propaggine dei Fratelli Musulmani, sulla Striscia di Gaza. Israele vuole "solo" sabotare il cedimento/compromesso di Hamas verso l'Autorità Palestinese sulla Cisgiordania.
Per capire l'importanza del contesto politico degli eventi in corso bisogna rifarsi al novembre 2012, con l'accordo tra Israele ed Hamas sponsorizzato dall'Egitto. (Hillary Clinton era presente quale  "chaperone").
La transazione del novembre 2012 si occupò di due cose:
  1. un cessate-il-fuoco reciproco e
  2. l'apertura di accessi per il passaggio di beni e persone (essendo stati i punti di accessi ufficiali di accesso "sostituiti" nel corso degli anni con oltre 1500 tunnel scavati sotto il confine, grazie ai quali è passato tutto quello che non poteva passare attraverso gli accessi ufficiali, compresa la maggior parte dei fondi destinati ad Hamas).
Soprattutto - secondo fonti ufficiali della sicurezza israeliana - Hamas avrebbe rispettato la sua parte "correttamente": nessuna azione bellica e molto spesso si sarebbe impegnata per impedire che altre organizzazioni aprissero il fuoco. Hamas è intervenuta contro organizzazioni palestinesi intenzionate ad attaccare Israele, cosa che molti ingnorano. In cambio, Hamas si aspettava un significativo allentamento dell'assedio.
Cosa che nei fatti è accaduta (anche se meno di quanto promesso ed atteso, ma almeno tollerabile) finchè i Fratelli Musulmani erano al potere in Egitto.
Ma dopo l'ascesa al potere in Egitto di Sisi  (estate 2013) e la caduta del governo dei Fratelli Musulmani, i valichi sono stati di nuovo chiusi e soprattutto i tunnell dall'Egitto - cioè la maggiore fonte di rifornimenti e di fondi per Hamas. Con la graduale chiusura dei tunnell sotto il confine non più aperto , Sisi ha strangolato il popolo di Gaza ed il sistema di potere di Hamas.
Hamas si è ritrovata progressivamente in una situazione insostenibile: da un lato garantiva un tipo di sicurezza per Israele (cosa di cui il primo ministro israeliano Bibi Netanyahu era orgoglioso), e dall'altro la chiusura dei tunnell e dei valichi portava Hamas a non poter più pagare i 43.000 dirigenti e militari reclutati nella Striscia di Gza). Il governo di Hamas si è ritrovato sull'orlo di un collasso. Di conseguenza, Hamas ha gradualmente allentato i controlli su altre organizzazioni e così sono ripresi i lanci di mortaio, missili, ecc. Il che spiega anche la sua reazione alle provocazioni di Israele con tutta la sua forza.
Questo è il contesto che aveva portato Hamas a fare un accordo in aprile con L'OLP/AL Fatah.
In cui Hamas si dichiarava favorevole a dare parte del suo potere ad Abu-Mazen (presidente della Autorità Palestinese della Cisgiordania), soprattutto la responsabilità per gli stipendi governativi a Gaza. C'era stato un dibattito su quanti dei 43000 dipendenti di Hamas sarebbero rimasti in carica e su quale ruolo avrebbero avuto i 70.000 dipendenti della Autorità Palestinese cacciati dalla Strisia di Gaza quando Hamas ne prese il controllo nel 2007. In questi 7 anni, erano stati pagati da Ramallah per restarsene a casa ed ora avrebbero dovuto riprendere servizio. Ma la più incandescente ed irrisolta questione tra Hamas e l'Autorità Palestinese è il debito dei salari che non sono stati pagati per mesi e mesi. Nè è stato definito lo status dei 20.000 uomini armati di Hamas. Abu-Mazen dice di non avere responsabilità e che spetta ad Hanas trovare una soluzione.
Ci sono tutta una serie di problemi e di questioni infinite in questo accordo, ma la quella più urgente riguarda gli arretrati degli stipendi. E la codizione minima per Hamas per fermare i combattimenti è fare ritorno all'accordo precedente con la riapertura degli oltre 1500 tunnell.
Hamas ha detto di aver trovato chi paga: il Qatar. Ma Israele e le potenze occidentali con le loro varie banche  -per una ragione o per un'altra, giustificata o meno- si sono rifiutate di far passare i soldi.
L'ONU si è offerta di risolvere il problema, ma Israele ha deciso di bloccare questo canale diplomatico ponendo il veto. Risultato: decine di migliaia di palestinesi a Gaza, comprese le forze militari e di sicurezza di Hamas, non prendono lo stipendio da mesi.
Visto che Hamas non impediva più i lanci delle organizzazioni dissidenti, Israele ha iniziato l'intensificazione del conflitto con Hamas sfruttando il rapimento dei 3 giovani coloni quale scusa (sebbene sia stato recentemente appurato che Hamas non c'entrasse nulla).
Al presente, gli Egiziani -che cercano di distruggere Hamas - si rifiutano di ritornare agli accordi precedenti al generale Sisi, il quale ha invece deciso di strangolare la Striscia di Gaza per indurre Hamas ad arrendersi alla Autorità Palestinese (accordi che Israele, d'altra parte. probabilmente appoggerebbe).
Impaurita da questo "accordo unitario" che metteva fine alle divisioni tra i Palestinesi, Israele ha iniziato la guerra nella speranza di costringere Hamas a cercare un'opzione differente. Israele  favorirebbe una maggiore "apertura" con una continuazione di un governo indipendente di Hamas di Gaza, in considerazione che l'alternativa sarebbe il caos o un governo jihadista.
Sia Israele che l'Egitto non vogliono che l'accordo tra Hamas e l'Autorità Palestinese sia risolto: l'Egitto perchè teme che Hamas possa salvarsi dal collasso totale ed Israele perchè dimnuirebbe la capacità di Hamas di dividere i Palestinesi.
Da un'angolazione surrealistica potremmo vedere questa guerra non come un conflitto tra Israele ed Hamas ma tra Israele ed Egitto. L'Egitto vuole distruggere Hamas ed Israele vuole restaurare Hamas al potere.


Anarchists Against the Walls: http://awalls.org
Ahdut (Unity): http://unityispa.wordpress.com
Related Link: http://ilanisagainstwalls.blogspot.com/
(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)

martedì 22 luglio 2014

Palestina, l'ostaggio perenne


Continua la guerra nella Striscia di Gaza governata da Hamas, anche se in tutto il mondo continuano le manifestazioni contro le scelte guerrafondaie di Israele. Dalla scomparsa dei tre coloni da Gush Etzion, (colonia per soli ebrei sotto il controllo totale dello stato di Israele in Cisgiordania), Israele ha posto sotto assedio quattro milioni di palestinesi,  bombardando ospedali, scuole, ogni sorta di obiettivi civili,  distruggendo e saccheggiando case, rubando, effettuando sequestri, ferendo e uccidendo sia in modo mirato che indiscriminato al di fuori di ogni legislazione internazionale.
Oltre  cinquecento  abitanti di Gaza sono stati uccisi, tra di loro tante donne e bambini, e la strage non si ferma; non si contano più  i feriti e il terrore fa tutto il resto su un popolo in carcere che non può scappare o nascondersi nei bunker.
Quest’ordinaria brutalità è la politica ufficiale dello stato di Israele portata avanti dai suoi militari, senza  dimenticare le violenze  compiute dai coloni israeliani paramilitari, le cui continue aggressioni verso i civili palestinesi sono Aumentate nelle ultime settimane, l’ultimo episodio è il rapimento poi l’uccisione (bruciato vivo) di Mohammad abu Khdeira.
Ma l'obiettivo del governo di Israele è duplice, evitare l'accelerazione degli accordi di pace e rompere l'unità di governo palestinese.

Sin dall'elezione di Obama ha continuato ad aumentare la pressione internazionale esercitata su Israele perchè si ritirasse dai territori occupati nella guerra del 1967. La maggior parte degli sforzi israeliani va nella direzione di allentare questa pressione e di far saltare il recente accordo tra l'elite palestinese al governo in parte della Cisgiordania e l'elite di Hamas al governo della Striscia di Gaza. La resa di Hamas, messa in ginocchio dalla crisi economica,  alla Autorità Palestinese, complicata dalle scelte del governo egiziano, minaccia molto seriamente quel progetto di divisione permanente dei Palestinesi a cui Israele ha dedicato tanti sforzi, e l'ipotesi del totale collasso del governo di Hamas nella Striscia di Gaza spaventa Israele più di ogni altra cosa.

Quando  nel 2005 Israele, per schivare  la richiesta  dei Palestinesi ad uscire dai territori occupati nella guerra del 1967,  compì una sorta di ritirata, facendo evacuare i suoi coloni dalla Striscia di Gaza, spostando l'esercito e mettendo fine ad un suo controllo diretto sulla Striscia, ne fece un gigantesco ghetto in perenne ostaggio, in cui controlla tutto quello che entra e esce, nonchè tutti i movimenti dei residenti. Questa strategia israeliana finalizzata a "liberare" in parte la Striscia di Gaza, puntava ad evitare che la giurisdizione ed il governo sulla Striscia andasse alla Autorità Palestinese, per rendere possibile invece che il controllo fosse preso dai fondamentalisti separatisti di Hamas, che lo stesso Israele aveva sponsorizzato anni prima quale concorrente dell'elite palestinese al potere con cui aveva firmato gli accordi di Oslo 20 anni fa.
Controllare i residenti ed il governo nella Striscia di Gaza, ma senza che si rendessero interamente liberi dall'egemonia israeliana, era il mezzo per proteggere gli sforzi israeliani nella presa della Cisgiordania.
Quando il mutamento di regime in Egitto ha portato alla sconfitta dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas è alleato, l'assedio su Gaza si è stretto ancora di più con la chiusura quasi totale delle vie di rifornimento in mezzi e fondi per il regime di Hamas. In preda alla disperazione, l'elite al potere di Hamas era giunta ad un accordo di tregua condizionata con l'elite al governo della Autorità Palestinese in Cisgiordania. Questo accordo si presentava come una minaccia per la strategia israeliana del divide-ed-impera che aveva funzionato per tanti anni e che giustificava in parte il rifiuto israeliano per un accordo di pace con l'Autorità Palestinese e per il ritiro dalla Cisgiordania occupata nella guerra del 1967.
Per far saltare questo accordo di tregua e di unità che cerva di superare le divisioni interne alle élite palestinese Israele ha lanciato un attacco contro Hamas - sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza - con la speranza di provocare e suscitare un duro scontro il cui esito sarebbe stato la restaurazione al potere di Hamas indipendente ma indebolita e sottomessa.... Ma il governo egiziano con a capo il Generale Sisi, che era il primo responsabile del taglio dei rifornimenti alla Striscia di Gaza governata da Hamas, si è rifiutato di fare la sua parte a causa della sua ostilità verso i Fratelli Musulmani e di conseguenza verso Hamas ed ha fatto fallire questo tentativo. Necessario a questo punto per Israele trovare una ragione, plausibile o sproporzionata che fosse, per un attacco diversivo e un'ennesima offensiva militare e mediatica. Da qui la strage infinita, finta e atroce rappresaglia in nome di tre giovani e innocenti vittime.

Non basta un cessate il fuoco e la fine momentanea  della strage infinita che colpisce i palestinesi: insieme alle forze sociali che in tutto il mondo, Israele compresa, manifestano questi giorni, chiediamo la fine  dell'assedio di Gaza, il ripristino dei diritti civili, primo fra tutti quello alla pace e alla vita, alla terra e all'acqua, per tutt* coloro che abitano i territori, la cessazione delle occupazioni illegali e della doppia legislazione.
Sosteniamo tutte le forze sociali e politiche che dentro Israele e in Cisgiordania lottano unitariamente dal basso contro l'occupazione israeliana, contro la militarizzazione e l'apartheid. Anche in queste durissime settimane non sono mancate le manifestazioni unitarie dei comitati popolari palestinesi, degli attivisti internazionali e di Anarchici contro il Muro, come le forme di protesta, anche duramente contestate dalla destra israeliana, degli antimilitaristi, delle donne e degli uomini che si oppongono a questa infame politica di sopraffazione e di odio e che sanno che costruire giustizia, insieme, è il primo passo per costruire la pace. Noi siamo con tutt*  loro.
Oltre i confini, oltre le appartenenze etniche e religiose, oltre ogni Stato.
Federazione dei Comunisti Anarchici - Luglio 2014

giovedì 10 luglio 2014

CHI DICE CHE IL FUTURO E' FINITO?

Chi dice che il futuro è finito?
Per alzare lo sguardo sulla fase attuale della ristrutturazione capitalistica.

Sulle montagne russe del double-dip

I diversi fattori che al momento sembrano scollegati tra loro delineano il punto di caduta o, almeno, il tentativo del capitale di trovare un nuovo equilibrio internazionale per assicurare una nuova fase di accumulazione capitalistica, in area occidentale (USA-EU).

Ciò che viene comunemente definita crisi e che dal 2008 affligge interi popoli sembra non poter uscire dalla propria dimensione monetaria.

Una politica monetaria -che vede le banche commerciali protagoniste nella creazione di danaro attraverso il prestito reso possibile dall’aumento del debito- ha una funzione temporale necessaria a proteggere la capitalizzazione del sistema finanziario, ma ha il pregio di mostrare a tutti quali sono le dinamiche del potere finanziario.

I prestiti della BCE a tasso zero servono solamente al sistema finanziario a non collassare. Una economia fatta di debito e di de-industrializzazione delle vecchie aree di insediamento produttivo si arrabatta a emettere moneta, a cancellare diritti e tutele, producendo in un tempo ormai troppo dilatato:

-stagnazione con ricadute sociali devastanti;

- valorizzazione del capitale che avviene mediante saccheggio delle risorse pubbliche, umane e naturali;

- conseguente esplosione del debito pubblico a causa della ricaduta su di esso del debito privato e della mancanza di leve fiscali progressive e generali.

Sembra che ci si prepari ad una nuova fase della crisi. La possibilità di una nuova evaporazione del capitale fittizio accumulato sta allarmando il mondo finanziario e qualcuno sta tentando di correre ai ripari, come ai vecchi tempi, per garantire i fondamentali,  Capitale e Stato a garanzia di un'area economica di 800 milioni di consumatori, pronti per subire ulteriori soprusi e resi funzionali di un sistema autoritario senza precedenti.

E’ in questo senso che si devono vedere i grandi avvenimenti che si stanno susseguendo in questo periodo, con una accelerazione forzata dei tempi politici, ora pronti a ridisegnare una cornice  disintegrata dalla crisi e dalla mutazione imposta dal capitale finanziario.

Xapitale finanziario che,  nell’ambito delle politiche economiche  e nella sua dimensione europea, sta mettendo in luce quelle che sono le vere dinamiche politiche (e militari) che si intravedono, ma che non vengono esplicitate correttamente, per non   renderle di dominio pubblico. La loro importanza per la vita di milioni di lavoratori, infatti, è tale per cui vengono oculatamente riservate agli addetti ai lavori, ad una classe politica che obbedisce a multinazionali e banche che cercano la loro espansione o sopravvivenza a danno delle classi subalterne.

Ucraina ed Est-Europa

Ucraina, Moldova, Georgia si sono affrettate a firmare un trattato di libero scambio con la UE. Dopo aver defenestrato il vecchio presidente ucraino Yanukovic ed il suo governo, con l’aiuto di servizi segreti USA e polacchi, l’appartenenza di questi paesi all’influenza euro-dollaro è assicurata. Non è esattamente un trattato di libero scambio: è semplicemente la sottomissione di questi paesi all’imperialismo europeo ed americano, la rimozione delle barriere doganali per le importazioni ucraine. La fine del prezzo di favore che veniva garantito dalle forniture di idrocarburi dalla Russia sembra essere bilanciato dalla privatizzazione della intera struttura di estrazione e distribuzione degli idrocarburi. La Monsanto e la Cargill,  da tempo presenti nel paese, si sono affrettate a garantirsi una posizione di favore sul comparto agricolo ed alimentare. La miseria degli ucraini sarà mitigata da un intervento del FMI e della Banca mondiale, a testimonianza che oltre al ruolo militare e di infiltrazione, la mano USA ha spinto fino alla guerra per allacciare al carro euro-atlantico questa parte di Europa, isolando la Russia sul versante asiatico e rendendo difficile ogni rapporto in chiave euroasiatica, come era nelle intenzioni del governo di Mosca.

TTIP

L’accelerazione che sta avendo la discussione (segreta) sul trattato di libero scambio transatlantico tra UE ed USA  e di cui giungono alcune veline ai quotidiani, sembra essere ormai questione vitale per gli USA e per i capitali che deve esportare ( anche se fittizi), dato che la FED continua a stampare miliardi di dollari al mese.

Un trattato, questo, che include vincoli militari, ma che conferma e sancisce la politica liberista contro ogni tipo di spesa pubblica, di risorse comuni, che rivendica il privilegio dell’investitore internazionale a fare valere le clausole del contratto, fatto di privatizzazioni non solo del sistema produttivo o di quanto resta di esso , ma di tutte le multi-utility e del sistema di welfare che ancora sta in piedi in Europa.

Il Ttip sarà la condizione legale per l’esproprio finale della ricchezza e del futuro dei intere popolazioni, sancito da un accordo di diritto internazionale che vedrà le multinazionali poter rivalersi sugli Stati per la mancanza del rispetto degli accordi presi, che non sono solo quelli che garantiscono la vendita nel mercato europeo di pollo alla varechina o di carne agli estrogeni e di colture di massa fatte di OGM, ma vi sarà anche la possibilità, ad esclusione di vini e liquori, di poter produrre altrove prodotti agricoli europei che si erano conquistati marchi DOP e DOC la cui imitazione era fino ad ora considerata frode.

Anche la vicenda del tentativo di accordo europeo per l’elezione di Juncker come candidato condiviso da PPE e Socialisti Europei ha avuto un attacco da destra: il no dell’Inghilterra di Cameron e dell’Ungheria di Orban hanno solo messo in evidenza la difficile trattativa in corso sul trattato e le ricadute dirette sulle loro politiche di vassallaggio liberista.

Fino ad ora erano gli Stati che contrastavano le politiche espansioniste della finanza e delle multinazionali, spesso con sotterfugi che richiamavano alla sicurezza dello Stato, quali vendite di patrimonio ritenuto strategico, ferrovie, autostrade, porti, acciaio e chimica, centrali energetiche ecc..

La colpa del debito e del default

Domani sarà sicuramente impossibile che Regioni, Stati, Comuni, possano avvalersi del diritto a difendere la comunità dalle imprese transnazionali e dai capitali degli investitori, che non vogliono possa ripetersi quanto accaduto agli Hedge Found americani con il sostegno della Corte Suprema: cioè che  si trovino a dover trattare con il governo argentino per veder riconosciuto il loro ruolo criminoso di creditori. E questo è solo uno degli esempi più recenti sul ruolo che assumono gli investitori internazionali sul debito di un paese che non ha un peso politico sufficiente a contrastare questa barbarie.

Le guerre endemiche

Le guerre in atto per la re-distribuzione di aree di influenza e per contrastare paesi ed aree con un accresciuto peso politico e militare è sotto i nostri occhi:

La disintegrazione del Medio Oriente sotto massicci interventi di dollari elargiti dagli Stati del golfo, Arabia Saudita e Quatar in testa; il ruolo di potenze regionali di Iran e Turchia; la guerre in Africa e la distruzione della Libia, la vicenda Ucraina e l’aver isolato la Russia dall’Europa avvicinandola alla Cina, sono frutto delle politiche americane e della difficoltà economica  degli USA. Si disegna un futuro che garantisce al capitale di sopravvivere anche se con costi sociali devastanti.

Povertà ed inquinamento, sfruttamento intensivo delle vite e dell’ambiente, controllo del tempo e dello spazio di vita. disegnano il nostro futuro.

Imperialismo

Se a questi fenomeni di ridefinizione strategica delle potenze imperialiste aggiungiamo la corsa agli armamenti sull’intero globo, sembra non escludersi un allargamento dei conflitti in corso. Sembra un’equazione semplice: crisi da sovrapproduzione di merci e capitali, nascita  ed ascesa di nuovi poli economici e politici, tentativi di espansione finanziaria e mercantile, re-dislocazione della manifattura….

In una parola l’imperialismo che riemerge come categoria interpretativa dei conflitti.

Un nemico che conosciamo da quasi un secolo, che dovremmo sapere come combattere. Con le armi della mobilitazione internazionale delle organizzazioni di massa dei lavoratori, dell’alleanza politica delle forze rivoluzionarie anti-imperialiste ed anti-stataliste, contrapponendo la solidarietà internazionale di classe al militarismo ed nazionalismo.

Per l’alternativa libertaria, organizzazione ed autogestione internazionale.

FdCA-Segreteria Nazionale

Luglio 2014

giovedì 24 aprile 2014

25 Aprile 2014 - CORTEO DELLE RELTA' SOCIALI DI ROMA EST
Appuntamento a Piazza delle Camelie 0re 9,30

martedì 4 marzo 2014

Tra l'incudine russa e il martello occidentale



TRA L’INCUDINE RUSSA E IL MARTELLO OCCIDENTALE

La crisi in Ucraina assomiglia troppo a quella che negli anni novanta devastò la Jugoslavia.
In Jugoslavia l’ultimo atto della guerra venne rappresentato dall’”operazione tempesta” nella Krajina croata e vide l’espulsione in massa della popolazione serba che abitava quelle regioni da secoli.
Analogia nel nome, questione etimologica si, ma che cela la sostanza delle vicende comuni ad una zona appunto di frontiera, Ucraina come Krajina hanno lo stesso significato, terra di confine, frontiera.
 
Da sempre terre e popoli facili preda di nazionalismi e di una etnicizzazione dirompente nei rapporti sociali, paradosso di una storia che in Europa come negli Usa si vorrebbe passata.
La visuale eurocentrica non aiuta a comprendere quanto accade e quanto è accaduto in passato nelle terre di confine. Qualche nostalgico neofascista ha voluto farci credere che l’abbattimento delle statue di Lenin o in Croazia di Tito aprissero al mondo strade nuove e felici ai popoli coinvolti, ma così non è stato, mai.
 
La crisi Ucraina nasce in un paese che non è mai stato uno Stato-nazione, da sempre attraversato da lingue, culture e popoli diversi, ed ora attraversato letteralmente da oleodotti e metanodotti che portano nella EU gli idrocarburi russi.
 
Contrariamente a quanto vogliono far credere i seguaci del “complottismo”, sempre pronti a cercare le cause delle rivolte sociali nelle influenze esterne, l’esplosione di rivolte a cui partecipano ampie fette di popolazione hanno sempre delle cause interne di varia natura economica, sociale e politica, su cui inoltre si innescano rivendicazioni etniche e/o religiose. Su queste poi cercano di far leva gli interessi politici ed economici delle classi borghesi nazionali e gli interessi economici e strategico-politici degli Stati imperialisti, che cercano di utilizzare gli eventi a loro favore.
 
In Ucraina si scontrano le differenze economiche ed etniche di due settori geo-politici: quello occidentale e centrale a prevalenza etnica ucraina, caratterizzato da una bassa industrializzazione e da un enorme bacino agricolo sotto sfruttato, storicamente più legato alle Nazioni che confinano ad occidente (e quindi più tendenzialmente all’Europa), e quello orientale e meridionale, a prevalenza etnica russa, caratterizzato da una più forte, anche se obsoleta, industrializzazione, storicamente ed economicamente più legato alla grande madre Russia.
 
La rivolta esplode nel settore centro occidentale ed assume, per le peculiarità sopra esposte, caratteristiche anti-Russe. Ha origini politiche, prevalentemente nelle classi medie e negli studenti che si ribellano contro la corruzione dell’apparato statale del filo russo Yanukovich, e origini socio-economiche in seguito alle illusioni delle classi lavoratrici, tradite dalle oligarchie dirigenti susseguitesi dopo la caduta del muro di Berlino e tradite dagli effetti dell’ultima crisi capitalista.
 
In questo scenario si inseriscono, come spesso accade a queste longitudini, i tentativi delle organizzazioni di estrema destra e fasciste di aumentare la loro influenza attraverso l’acquisizione di fette di potere politico; è la strada che stanno percorrendo organizzazioni del settore centro-occidentale, fasciste e nazionaliste, come i partiti Svoboda, Batkivshchyna e Pravy Sektor, spesso in concorrenza tra loro. Ma le organizzazioni fasciste sono proprie anche del blocco antagonista filo-russo, dove estremisti di destra, stalinisti, Cosacchi e fanatici ortodossi, combattono tutti insieme contro i Banderoviti (soldati di Stepan Bandera, capo militare e politico collaborazionista durante l'occupazione nazista). La sola differenza è la tradizione storica a cui si richiamano.
 
Ed in questo scenario si innescano anche le mire politico-economiche dei potentati oligarchici locali, in concorrenza tra loro, come quelli rappresentati dalla famiglia Yanukovich o da Yulia Tymoshenko, personaggio falsamente descritto dalla propaganda mediatica occidentale come un’eroina della libertà, quando in realtà è una sorta di Berlusconi ucraina, immischiata in diverse faccende finanziarie.
 
Ed in questo scenario, e non poteva essere altrimenti, si inseriscono gli interessi degli Stati imperialisti. Interessi che sono strategici, addirittura vitali, come quelli russi che in Crimea hanno una loro fondamentale base militare; politici come quelli nord-americani, che cercano di sfruttare il conflitto per far perdere terreno alla Russia o perlomeno di ostacolare un probabile avvicinamento di interessi tra questa e la UE. Ci sono gli interessi politici ed energetici dell’Europa, visto che l’Ucraina è, come dicevamo sopra, terra di attraversamento di importanti corridoi energetici che trasportano gli idrocarburi russi in territorio europeo. Ed infine ci sono gli interessi economici cinesi, indifferenti alla forma politica dello Stato ucraino, ma profondamente interessati alle potenzialità agricole dello stesso.
 
Che il conflitto, o la spartizione del paese per evitarlo, sia quindi inevitabile è quasi un dato di fatto: da un lato nazisti galiziani e nazionalisti confusi appoggiati dalla Unione Europea a caccia di mercati  e di manodopera a basso costo, con a fianco l’amico/rivale Stati Uniti desideroso di spostare ad Est il fronte Nato, dall’altro la Russia che non è disposta ad essere spodestata dalla propria influenza su territori vitali.
 
Tutto questo impone una riflessione su quanto sta avvenendo. È fondamentale, a partire dagli strumenti analitici in possesso della prassi antiautoritaria e antimperialista, fare il possibile affinché la classe lavoratrice non sia preda dell’influenza nefasta dell’uno o dell’altro potentato interno e dell’uno o dell’altro polo imperialista. Perché troppo spesso si assiste a fatidici antimperialisti che si schierano con Putin e la Russia, oppure a parte della sinistra “per bene” che si trova a fianco dell’imperialismo americano ed europeo, a rappresentanze politiche che stanno zitte o balbettano confuse, ai seguaci della caduta tendenziale del tasso di profitto e della “comunistizzazione” subito che si perdono in analisi tanto fantasmagoriche quanto inutili.
 
È importante innanzitutto fare chiarezza sul fatto che il proletariato ucraino non ha governi amici, che siano di colore bruno o arancione, e che il proletariato internazionale non ha Stati amici, che siano borghesi o presunti operai. E che non esistono scorciatoie nazionaliste: l’unica strada percorribile, a corto e a lungo termine, è l’autonomia e l’autodeterminazione delle classi sfruttate a tutte le latitudini e le longitudini. Fare chiarezza su questo aspetto, in questo periodo di grande confusione, è il primo obiettivo, senza il quale non sarà possibile costruire, così come auspichiamo, una ricomposizione del fronte di classe internazionalista.
 
L'assenza di guerra non è pace, ma ora come ora che per evitare che il maggior numero di proletari rimangano coinvolti in una guerra fratricida, che almeno la ridisegnazione dei confini e degli assetti avvenga senza ulteriori spargimenti di sangue.
 
Marzo 2014
SN- FdCA

domenica 16 febbraio 2014

Fuoco di sbarramento

Di nuovo (ma abbiamo mai smesso di esserlo?) sotto il fuoco di sbarramento dell’oligarchia economica.
E le forti richieste che arrivano dai banchieri e governi hanno nuovi vassalli da impiegare nella guerra di classe dei ricchi contro i lavoratori ed i ceti meno abbienti, anche in Italia.
Come leggere, senza perdere di vista l’affermazione autoritaria delle scelte del novello  Renzi,  l'evoluzione politico in atto?
Confindustria, e non solo quella di Pordenone con la richiesta di messa in schiavitù dei lavoratori Elettrolux, fa sua per bocca di Squinzi la richiesta di riforme strutturali sul salario, ancora una volta viene additato come troppo oneroso il già misero stipendio dei lavoratori italiani, e quindi una richiesta di deroghe, estendibili a tutti i comparti, come richiesto dal famigerato accordo di CGIL CISL UIL e Confindustria sulle nuove relazioni sindacali, contro  la possibilità di dare un sussidio minimo agli ormai milioni di senza lavoro.
Queste sono le coordinate sul quale si muoverà  la politica renziana, ancora  tagli e privatizzazioni con conseguente aumento della macelleria sociale, riduzione dei salari reali, il tutto fatto in nome della governabilità e di una nuova immagine politica. Coloro che si apprestano a questa nuova operazione sono gli stessi individui, donne e uomini, degli stessi raggruppamenti politici, che ieri hanno condannato alla fame milioni di lavoratori e di pensionati  ed hanno impedito ai giovani di entrare al lavoro, con quel grande genio della politica che è Mario Monti che con la legge Fornero, promossa e voluta dagli stessi attori politici che oggi si apprestano a dare un altro violento colpo alle condizioni di vita della classe operaia, ha distrutto la base solidaristica costruita in decenni di lotte.
Non è successo per caso l’accordo del 10 gennaio, e non ne è estraneo Guglielmo Epifani, che di questa operazione finanziaria scaricata  sulle spalle dei lavoratori  è il terminale governativo.  E mentre  Renzi, ed il suo partito di uomini e donne di cera si apprestano a dare finalmente quel nuovismo all’Italia che risponde solo alle logiche della BCE e dell’accumulazione per esproprio di capitale, è stato facile  dare 10 miliardi di soldi pubblici a banche private con il decreto Imu Bankitalia.
La temperatura politica si può così stabilizzare, una volta  in più riconosciuto l’avversario da colpire, i lavoratori ed i disoccupati, non sarà difficile trovare qualche volontario anche tra le truppe grilline, anche esse  prive di rendita da scandali a buon mercato.
E se qualcosa si  muove nell’opposizione sociale e politica,  e  gli arresti preventivi di ieri a Roma ed a Napoli di decine di attivisti per il diritto alla casa ed al reddito stanno a dimostrare che qualcuno teme la ripresa dell’antagonismo sociale basato su problemi  e proposte reali, a partire dalla giornata di mobilitazione del 22 febbraio prossimo,  il potere deve dimostarre che la disperazione delle persone che hanno perso il lavoro e la casa non si può gestire se non in modo autoritario. Quindi una attenta regia cerca di  impedire a colpi di repressione che queste esperienze si leghino in fenomeni collettivi. L’accordo del 10 gennaio ha anche questo segno, impedire ogni  opposizione sindacale che  si possa ancora delineare  per tentare ancora di tenere aperta la speranza di una risposta politica e sociale di classe, della nostra classe, alle condizioni di vita ormai inaccettabili per milioni di persone. Per questo il ricorso alla magistratura che USB ha detto di portare avanti denunciando l’accordo del 10 gennaio come anticostituzionale coglie nel segno, ma è sempre il governo renziano che può spiazzare tutti con una nuova legge sulla rappresentanza che glorifichi di norma e  di fatto l’accordo del 10 gennaio.
Nei posti di lavoro, nelle realtà sindacali ancora in grado di generare conflitto o almeno dissidenza, nelle realtà sociali di lotta e di rivendicazione, in tutte  le situazioni in cui l'intersezione sociale crea coesione di classe e accumulazione di forze proletarie  e popolari, il ruolo  dei comunisti anarchici, dei libertari, dei rivoluzionari è indispensabile perchè la guerra di classe sarà lunga, e quando si vincerà dovremo ricordare a questi signori le buone maniere.

SN FdCA - febbraio 2014

giovedì 13 febbraio 2014

Il carabiniere e la bambina

Il carabiniere e la bambina

Il carabiniere e la bambina
Scuola media di un paese della bassa Valle di Susa.
Una mattina come tante: campanella, tutti in classe, e mentre si chiacchera arriva il prof: “Oggi niente lezione, si va in palestra ad ascoltare l’arma dei carabinieri”
E così ci si “intruppa” e si prende posto.
Il carabiniere relatore spiega nei dettagli quanto bene fanno alla popolazione, spiega cos’è il bullismo e come loro possono intervenire in simili casi, che la loro missione è quella di aiutare i più deboli e fermare i cattivi, infine un bel video dove si vedono volanti sgommare, cattivoni arrestati e bambini salvati.
Tutto sembra finito nei migliori dei modi…ma c’è un ma.
Perchè i bambini possono fare delle domande e la prima domanda la fa una piccola bambina che frequenta la prima media (11 anni!) che molto candidamente dice: “Voi dite che fate tanto bene, ma in questa Valle io so che picchiate e manganellate i no tav, a me non sembra che facciate tutto sto bene”.
Al che il carabiniere si dimostra per quello che è, e al posto di chiudere la questione con una battuta inizia un lungo panegirico contro i no tav:  ”Sono “disobbidienti (usa prorpio questo termine), non ascoltano come quando un bambino non ascolta la mamma” e in un crescendo wagneriano inizia a raccontare che si camuffano, tirano pietre e bombe, attaccano le reti e che fanno cose illegali e quest’ultima parola la ripete più volte.
La bambina ascolta, poi finito il panegirico, si ritrova ancora il micorfono in mano e allora ribatte: “Ma a me sembra che i primi ad essere illegali siete voi. Sparate dei gas lacrimogeni che sono vietati da tutto il mondo, proprio voi che dovreste essere legali”.
A quel punto succede quello che non ti aspetti.
Succede che tutti i bambini si mettono ad applaudire e ad osanarre la piccola bambina di prima media e che il carabiniere non riesce più a parlare.
Lei in tutto quel clamore scoppia a piangere per l’emozione, mentre i tutti i bambini gli sono adosso: chi le  fa i complimenti, chi l’abbraccia, chi le dice che è una piccola eroina.
Nelle ore dopo non si parla di altro. Della “primina” che ha azzitito il carabiniere.
Stiamo sereni perchè hanno già perso!

fonte: http://www.autistici.org/spintadalbass/?p=1013

lunedì 10 febbraio 2014

Il giorno della memoria

da: http://www.linkiesta.it/campo-concentramento-italiano-rab-dimenticato

Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani

Alzi la mano chi ha mai sentito parlare del campo di internamento di Arbe (oggi Rab). Oppure di quelli di Gonars, Monigo, Renicci. Nel 1941 l'Italia invade la Jugoslavia e si annette una parte del territorio, nelle attuali Slovenia e Croazia. Fu creata una rete di campi d’internamento. A Rab morirono circa 1.500 sloveni, diecimila furono gli internati. Nessuna istituzione italiana, dal 1945 a oggi, è mai andata a deporre una corona di fiori, prendendo le distanze dalle efferatezze dell’Italia fascista nei Balcani.


 

Mettiamola così: se un Paese mettesse in piedi un campo di concentramento rinchiudendovi in meno di 14 mesi circa 10mila persone, e facendone morire 1.500, passerebbe alla storia come aguzzino (il tasso di mortalità, del 15 per cento, è pari a quello del lager di Buchenwald). Se lo fa l'Italia, invece, niente.
Alzi la mano chi ha mai sentito parlare del campo di internamento di Arbe. Oppure di quelli di Gonars, Monigo, Renicci e vari altri. Probabilmente quasi nessuno. Eh già, perché l'Italia preferisce l'oblio quando il passato è imbarazzante. E invece bisogna ricordare. Anche gli italiani hanno commesso efferatezze, hanno ammazzato, hanno rinchiuso nei campi vecchi, donne e bambini facendoli morire di fame e di malattie.

L’isola di Rab oggi
Nel 1941 l'Italia invade la Jugoslavia e si annette una parte del territorio, nelle attuali Slovenia e Croazia. Alle popolazioni locali l'idea di essere dominati da una potenza straniera non piace granché e dopo quasi un anno di situazione relativamente tranquilla, comincia una furiosa guerriglia partigiana. La reazione italiana è durissima: rastrellamenti, fucilazioni, deportazione delle popolazioni civili dai villaggi delle zone dove sono attivi i partigiani.
Viene creata una rete di campi di internamento (per chi volesse approfondire: Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce, Einaudi) dove sistemare le popolazioni deportate. Uno di questi campi sorge sull'isola di Arbe, nel golfo del Quarnero (oggi Rab, Croazia). Rispetto agli altri ha avuto un triste primato: quello di essere il più duro, quello dove sono morte più persone. È gestito dal Regio esercito, non da camice nere, milizie o quant'altro; non è un campo strettamente “fascista”, è un campo “italiano”.

Bambini internati a Rab
Il primo gruppo di internati (240) ci arriva esattamente settant'anni fa, nel luglio 1942, poi ne giungono altri a gruppi, a fine agosto arrivano mille minori di 16 anni, tutti assieme. Quasi tutti sono vittime dei rastrellamenti in Slovenia, pochi i croati. Il campo sorge nel vallone di Sant'Eufemia, sul fondo della baia di Campora (Kampor), su un terreno paludoso, sottoposto all'azione dell'alta marea e a rischio inondazione (Arbe, contrariamente al resto della Dalmazia, è ricchissima d'acqua dolce).
Gli internati, come detto soprattutto vecchi, donne e bambini, vengono sistemati all'interno di tende. Le condizioni di vita sono durissime: «Campo di concentramento non significa campo di ingrassamento», annota il generale Gastone Gambara, comandante dell'XI corpo d'armata che aveva giurisdizione sulla zona (naturalmente è morto senza mai dover rispondere delle sue azioni nei Balcani, e dopo esser stato reintegrato nell'esercito nel 1952). Condizioni di vita aggravate dal sadico comportamento del comandante del campo, il tenente colonnello dei carabinieri Vincenzo Cuiuli (condannato a morte dai partigiani, si taglierà le vene la notte prima dell'esecuzione). Gli interrogatori degli internati, dopo la liberazione del campo da parte degli jugoslavi, l'8 settembre 1943, sottolineeranno anche la crudeltà del cappellano, don Enzo Mondini, mentre rimarcheranno i tentativi messi in atto dagli ufficiali medici per alleviare almeno di un po' le pene.

Internati nel campo di Rab
Gli internati di Arbe muoiono per denutrizione (la razione era 80 grammi di pane al giorno, più una brodaglia cucinata in ex bidoni di benzina), per malattie (il generale Gambara, enuncia il principio «internato ammalato uguale internato tranquillo» e fa distribuire paglia infestata dai pidocchi) e per calamità naturali. L'episodio più grave avviene nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1942 quando un furioso temporale provoca un'inondazione alta un metro che devasta il settore femminile, trascinando in mare tende, donne e bambini. Il giorno dopo vengono recuperati dalla baia decine di corpicini galleggianti. La sezione femminile e quella maschile sono divise da un ruscello che però è talmente infestato dai pidocchi da rendere impossibile non solo berne l'acqua, ma persino usarla per lavarsi.
Gli internati inscheletriti dalla fame, cotti dal sole, sporchi all'inverosimile, suscitano l'intervento del Vaticano che cerca di alleviarne le spaventose condizioni, viene costruita qualche baracca, ma nulla più. Herman Janez, allora un bambino di sette anni, ricorda il terribile inverno passato sull'isola: «Le guardie ogni giorno facevano l’appello di noi ragazzini per poi portarci nella rada di mare antistante al campo e farci fare il bagno. Ci nascondevamo, ma poi questi ci stanavano e ci costringevano ad andare in acqua. Eravamo già deboli, pieni di zecche e di pidocchi, di piaghe purulente, puzzavamo di sterco nostro e altrui, e dopo questi bagni un semplice mal di gola ha portato tanti di noi al camposanto». La mortalità maggiore si registra quando il freddo pungente della bora porta via gli internati a grappoli.

80 grammi di pane al giorno
Non si sa esattamente quanti siano stati gli internati. Le stime vanno da 7.500 a 15.000. Teniamoci su una prudente via di mezzo e diciamo attorno ai 10mila. I morti accertati, con nome e cognome, sono 1.435, ma quasi certamente sono di più perché i sopravvissuti hanno testimoniato che poteva capitare di seppellire due salme in una tomba e che gli internati nascondessero il corpo di qualche deceduto per dividersi la sua porzione di brodaglia.
Gli ebrei, per lo più scampati agli ustascia croati, erano trattati meglio perché il Regio esercito non li considerava nemici, come invece accadeva per gli sloveni. Per esempio vivevano in baracche e non in tenda e non subivano le persecuzioni riservate agli altri. Evelyn Waugh li menziona in un suo racconto, “Compassione”: «Con improvvisa veemenza la donna, la signora Kanyi, tacitò i consiglieri e si mise a raccontare la sua storia. Quelli là fuori, spiegò, erano i sopravvissuti di un campo di concentramento italiano sull'isola di Rab. Per la maggior parte erano cittadini jugoslavi, ma alcuni, come lei, erano rifugiati dall'Europa centrale. Alla fuga del re, gli ustascia avevano cominciato a massacrare gli ebrei. E gli italiani li avevano radunati trasferendoli sull'Adriatico. Con la resa dell'Italia, i partigiani avevano tenuto la costa per qualche settimana, riportando gli ebrei sul continente, reclutando tutti quelli giudicati utilizzabili, e imprigionando il resto».

Rab, il cimitero
Dal 1945 a oggi, mai un rappresentante ufficiale dello stato italiano è andato ad Arbe a deporre una corona di fiori, mai il console italiano della vicina Fiume (Rijeka) è andato a pronunciare un'orazione funebre, mai l'ambasciatore italiano a Zagabria ha sentito il dovere di chiedere scusa. Soltanto una volta un rappresentante dell'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è andato in forma ufficiale alle commemorazioni del campo di Gonars, in provincia di Udine. Ma mai l'Italia repubblicana ha preso definitivamente le distanze da quanto commesso ad Arbe e nei Balcani dall'Italia fascista.