lunedì 7 marzo 2011

Roma - Riprendiamoci le nostre vite indecorose e libere!


Appello per il corteo notturno di martedì 8 marzo 2011 (partenza h18 - Piazza Bocca della verità - Roma)
27 / 2 / 2011

Dopo la straordinaria giornata dello scorso 13 febbraio, le donne riprendono le mobilitazioni contro le politiche del governo Berlusconi e contro il modello, tutto italiano, della doppia morale

Negli ultimi mesi un’energia nuova e dirompente è emersa dalle mobilitazioni delle università e dei precari, dalla resistenza degli operai e dei migranti, fino a giungere alle ribellioni dell’Egitto e delle coste del Mediterraneo.
E’ un grido di rivolta che denuncia un sistema sociale ingiusto e si rifiuta di pagarne i costi.

Il 13 febbraio scorso noi donne ci siamo opposte alle politiche che soffocano le nostre vite e che hanno portato al progressivo restringimento dei nostri diritti e dei nostri spazi di libertà. Abbiamo attraversato piazza del Popolo, invaso le strade di Roma e ci siamo spinte fino a Montecitorio per “restituire al mittente” le leggi contro le donne approvate negli ultimi anni dai governi sia di centrodestra che di centrosinistra: le dimissioni in bianco, il collegato lavoro, la legge 40 sulla procreazione assistita, l’innalzamento dell’età pensionabile, il pacchetto sicurezza e tante altre.

Anche l’8 marzo vogliamo riportare in piazza la stessa voce e, con lo stesso linguaggio impetuoso, rimettere al centro la questione della redistribuzione delle ricchezze: tra chi fa i profitti e chi sta pagando questa crisi, tra chi possiede palazzi e chi non ha casa, tra chi si giova di stipendi milionari e chi non ha un lavoro.

Vogliamo contestare chi mette in discussione la nostra autodeterminazione saturando le strutture pubbliche di obiettori di coscienza, limitando la diffusione della pillola RU486 o sostenendo la privatizzazione delle strutture sanitarie come i consultori (vedi la proposta di legge Tarzia per la regione Lazio), luoghi che noi invece vorremmo reinventare partendo dai nostri attuali bisogni.

Vogliamo ribellarci a una cultura e a un immaginario usati per controllare e disciplinare i nostri corpi e la nostra sessualità. Dal lavoro alla sanità, infatti, l’unico ruolo legittimato per le donne è quello di moglie e madre. Eppure spesso nel momento dell’assunzione ci vengono fatti firmare fogli di “dimissioni in bianco” che il datore di lavoro potrà tirar fuori nel momento in cui dovessimo dichiarare di essere incinte.

Viviamo nel Paese della doppia morale, dove l’unico modello accettato e promosso è la famiglia eterosessuale, quella stessa famiglia in cui, come le statistiche ufficiali ci raccontano, avvengono la maggior parte delle violenze sulle donne attuate da mariti, compagni e padri. E’ anche per questo che rifiutiamo la precarietà: perché ci obbliga a dipendere economicamente e culturalmente da un modello relazionale che ci impedisce di poter scegliere dove, come, quando e con chi essere o NON essere madri.

Eppure la stessa retorica familista che dichiara di promuovere e sostenere la genitorialità, di fatto ne ostacola la possibilità a lesbiche, single, gay, trans e a tutti quei soggetti che sfuggono alla norma eterosessuale e cattolica. Ed è sempre la stessa logica che da un lato stigmatizza e criminalizza le sex workers attraverso pacchetto sicurezza e campagne moraliste e sul “decoro”, e dall’altro ne fa un uso “spettacolarizzato” e strumentale al piacere maschile diffuso all'interno dei Palazzi del potere, ma non solo.

L’8 marzo scenderemo in piazza anche per smascherare le politiche razziste di questo governo che sfrutta il lavoro di cura svolto per la maggior parte da donne migranti e contemporaneamente le trasforma in “pericolose” protagoniste dell'“emergenza immigrati” oppure le priva della libertà e le rende vittime di violenze nei CIE.

Per tutte queste ragioni saremo in piazza l’8 marzo, per rivendicare diritti e libertà, perchè i nostri desideri non hanno né famiglia né nazione, noi non siamo “italiane per-bene": siamo precarie, studentesse, lesbiche, trans, siamo donne che rifiutano il modello di welfare familistico, nazionalista, cattolico ed eterosessista.
Vogliamo riappropriarci delle nostre voci e dei nostri corpi e anche delle strade, della notte e delle nostre relazioni: rivendichiamo diritti, welfare e autodeterminazione.
Siamo tutte DONNE in CARNEvale e OSSA!!
L'otto... m'arzo e m'arrivolto!

CORTEO NOTTURNO - MARTEDì 8 MARZO 2011
Partenza ORE 18 - Piazza Bocca della verità - Roma

Promuovono: Centro Donna Lisa – Donnedasud – le Facinorosse – Infosex-Esc – Lucha y Siesta Action-A – le Malefiche – la Meladieva – le Ribellule – SuiGeneris

Aderiscono: Comitato donne 100celle e dintorni – Ladyfest Roma – Tuba libreria delle donne – donne di classe – Rivista noidonne - Cooperativa sociale Befree, contro tratta, violenze, discriminazioni – Donne di Sinistra Critica – Assemblea cittadina Casa Internazionale delle Donne – Donne in nero di Roma – Zeroviolenzadonne.it – collettivo cime di queer – Loa Acrobax – Strike spa – Escatelier – Anomalia Sapienza – ReteLettere Roma3 – ateneinrivolta – Link Roma – Angelo MAi – Action Diritti in movimento – Csoa Corto Circuito – Associazione Ya Basta Moltitudia Onlus – Inquelposto, Ladispoli - S.U.R.F.-Scuole e Università in Rete per la Formazione.

In diretta dalla rivoluzione

Immagini e suoni.
Forse nessuna rivoluzione ne ha messi a disposizione tanti quanto le rivolte che stanno infiammando il Nord Africa e il Medio oriente.

Tanti e a disposizione di chiunque voglia accedervi, in qualsiasi parte del mondo.
È perdendoti, seppur virtualmente, in questa moltitudine che ti rendi conto dell’effetto dirompente di quelle rivolte. E non solo sui regimi locali.

Le folle che riempiono le piazze del mondo arabo abbattono dittatori, riconquistano spazi di democrazia, sperimentano forme nuove di autogoverno.
Contemporaneamente spazzano via la narrazione del mondo arabo imposta dai governi occidentali.

Una storia tossica

Tra la gente scesa in piazza le donne sono truccate, vestono jeans attillati. Si fatica a scorgere un velo, un chador, un burqa.
Gli uomini indossano felpe, bomber, t-shirt.

Ad accompagnare la ribellione non è il ritmo lento delle antiche nenie arabe, ma quello ben più incalzante del rap. French style.

L’urlo che risuona dalla Tunisia al Bahrain è “dégage!”, andatevene! Rivolto ai dittatori e ai loro lacchè.

Niente, neanche per un istante, ti fa credere che quelli che stai osservando e ascoltando siano dei fondamentalisti religiosi.

Quei paesi non sono l’immenso covo di integralisti islamici descritto dai governi e dai media occidentali.

Quella narrazione era una storia tossica. Utile a giustificare guerre, a offrire un nemico ai popoli occidentali, a sviare l’attenzione dalla precarietà, dalla crisi economica, dal fallimento del capitalismo.

Ma le storie tossiche, anche se ben orchestrate, hanno vita breve. E, dopo le fantomatiche armi di distruzione di massa irachene, crolla un altro tassello, quello principale, della narrazione occidentale del mondo arabo.

A farlo crollare non è un’inchiesta, non è Wikileaks.
Sono popoli in rivolta che si mostrano all’Occidente in maniera diametralmente opposta a come erano stati descritti.

La moltitudine che affolla quelle piazze non reclama la shari’a, ma diritti sociali e libertà.
Si oppone a una visione antiquata del mondo, una visione che opprime invece di liberare.

A scendere per le strade sono soprattutto i giovani. In tutti i paesi del mondo arabo più della metà della popolazione ha meno di trent’anni.

Ad accomunarli non sono le credenze religiose. In Egitto, nei giorni cruciali della rivoluzione, cristiani e musulmani hanno pregato insieme per dimostrare di essere un unico popolo.

Il collante è sociale.
Per tutti “costa tutto troppo”, tutti sono precari, tutti aspirano a una società più libera, diversa.

Da piazza Statuto a piazza Tahrir


I giovani che protestano nel mondo arabo, scrive il quotidiano britannico “The Guardian”, “hanno un lavoro malpagato che detestano, faticano a ottenere una laurea che non servirà a niente. Sono una generazione ostacolata dalle tradizioni, dalla deferenza e dai governi autoritari”.

La disoccupazione giovanile raggiunge in alcune zone l’80%, in tutto il mondo arabo si attesta mediamente attorno al 25%.

Chi lavora, spesso è sottopagato, impiegato in servizi di assistenza clienti o in call center.

Eppure, spulciando i dati relativi a quei paesi, si nota che il Pil, nell’ultimo decennio, è cresciuto a ritmo “cinese”. Si è prodotta ricchezza, ma questa si è concentrata nelle mani della élite che controlla l’industria e i governi.

Di pari passo con il Pil è cresciuta anche l’inflazione, mentre i salari, per attrarre le commesse occidentali, sono rimasti fermi.

A fronte di una maggiore “ricchezza” prodotta, il popolo si è impoverito ulteriormente e, con l’aumento dei generi alimentari, è diventato difficoltoso anche comperare il pane.

È in questo contesto che le piazze si sono riempite, è per queste ragioni che Mohamed Bouazizi si è dato fuoco innescando la rivolta tunisina.

Quella che affolla le piazze del mondo arabo è una nuova soggettività sociale, frutto dei mutamenti del capitalismo.

Quando, nel 1962, a Torino, migliaia di giovani operai invasero piazza Statuto per protestare contro l’accordo separato siglato tra Fiat e alcuni sindacati, Romano Alquati scrisse: “Noi non ce l'aspettavamo, eppure l'abbiamo organizzata”.

Intendeva dire che loro, quelli di “Quaderni rossi”, erano stati i primi a intuire che un nuovo soggetto, l’operaio massa, frutto delle mutazioni interne al capitalismo, stava affermandosi sulla scena. Quella rivolta diede forma a quelle intuizioni, le confermò.
Fu materia viva da studiare.
Solo quattro anni dopo fu dato alle stampe “Operai e capitale” di Mario Tronti, in cui quegli spunti, quelle intuizioni, furono formalizzati, divennero teoria.

La rivolta araba non solo non se l’aspettava nessuno, ma nessuno ha contribuito a organizzarla, se non i popoli insorti e le contraddizioni interne al capitale.

In questo caso è il “precario moltitudine” che, dopo l’operaio massa, si appropria della scena sociale.

A scendere in piazza è una nuova soggettività sociale, sorta dei mutamenti che negli ultimi decenni hanno attraversato il capitalismo a livello internazionale.

Una soggettività che rispetto all’operaio massa ha un’arma in più.
Sin dal primo momento le rivendicazioni non sono solo sociali, salariali, come erano a piazza Statuto. Quelle folle reclamano diritti sociali e politici: soldi, pane e libertà.

L’operaio massa ci mise dieci anni per giungere a quelle rivendicazioni, il precario moltitudine non comincia da capo. Riparte dallo stesso punto in cui il lavoro del suo antenato era stato interrotto, sconfitto. Anche se il giovane che occupa piazza Tahrir non ha mai letto “Operai e capitale”, né ha mai sentito parlare di piazza Statuto.

Forse è questo che spaventa i governi occidentali.

Forse è questa la risposta che cerca il filosofo sloveno Slavoj Žižek quando si chiede perché i liberal occidentali, che pubblicamente hanno sempre sostenuto la democrazia, si preoccupano proprio adesso, quando la gente si ribella in nome della libertà e della giustizia, e non in nome della religione.

La paura, probabilmente, è rappresentata dal fatto che, una volta crollata la narrazione tossica del mondo arabo, possa diffondersene un’altra. Una narrazione che parla di soldi, pane e libertà. Risorse che spesso scarseggiano anche per i popoli occidentali.

Una narrazione che per diffondersi può contare su un mezzo del tutto nuovo e orizzontale, la rete.

Rete&rivoluzione

“Le rivoluzioni a catena in Nord Africa sono un enorme e metaforico viaggio della speranza”, scrive l’artista italo-libica Adelita Husni-Bey.
A traghettare i rivoltosi, però, questa volta non sono le carrette del mare, ma fibre ottiche, cavi, satelliti.

Con un recente articolo apparso sulla rivista statunitense “The New Yorker”, Malcom Gladwell ha aperto un’ampia discussione sul connubio tra social media e rivoluzione.

Grazie alla rete, dice Gladwell, si creano esclusivamente legami deboli, utili per sensibilizzare su tematiche specifiche, magari per convincere qualcuno a donare il sangue. Nulla di più.

La rivoluzione, secondo lui, è un’altra storia.
Per farla occorrono compagni fidati, legami che solo calpestando le stesse strade, solo respirando lo stesso odore della rivolta e la stessa puzza della repressione, possono consolidarsi.

Ha ragione!
La sua analisi ha però un limite. Osserva la rete solo dal punto di vista dei legami che può creare. Tralascia le informazioni messe a disposizione senza mediazioni, senza censure.

Immagini e suoni alla portata di tutti.

L’attendibilità delle fonti in rete è stata una delle tematiche più discusse negli ultimi tempi. Il problema sussiste ancora, ma non nel caso delle rivoluzioni di questi giorni.

A far circolare le informazioni, se vivi per esempio in Egitto o in Tunisia, è il tuo vicino di casa, il tuo compagno di banco, quello che l’altro giorno, in piazza, era a protestare al tuo fianco, o al fianco di tuo figlio, di tua moglie, di tuo marito. Per questo non ti poni il problema della fonte. Anzi, la reputi più attendibile.

È la stessa ragione per cui quelle immagini hanno un effetto dirompente anche in occidente, il motivo per cui offuscano la narrazione tossica del mondo arabo.
Grazie alla rete, quel popolo ha l’opportunità di autorappresentarsi, di manifestarsi nelle case occidentali per quello che realmente è, senza mediazioni, senza filtri.

E si manifesta gridando “dégage!”, “andatevene!” a governanti sanguinari e corrotti. Lo fa rivendicando soldi, pane e libertà.

A qualcuno potrebbe venire in mente che, in fin dei conti, questi arabi non sono molto diversi da noi. Si vestono in maniera simile alla nostra, ballano al suono di ritmi a noi familiari, hanno gli stessi nostri problemi…

Sarà questo a preoccupare i governi occidentali?

È per questo che preparano l’invasione della Libia?
Un popolo libero in un paese ricco di materie prime è pericoloso. Per i capitalisti occidentali, of course.

da: http://puncox.blogspot.com/2011/03/in-diretta-dalla-rivoluzione.html

domenica 27 febbraio 2011

Comunicato internazionale anarchico di solidatietà con gli accusati di tradimento nello Zimbabwe




Quando in Tunisia Mohammed Bouazizi si è dato fuoco ha inconsapevolmente innescato un'ondata di rivolte popolari e di ribelllioni che si sono propagate come un incendio in tutto il Nord Africa ed in Medio Oriente, sprigionando un'energia che si è sentita fino allo Zimbabwe dove, sabato 19 febbraio, 46 attivisti democratici, tra cui studenti, lavoratori ed attivisti sindacali sono stati arrestati ad Harare, durante un meeting per discutere della caduta di Hosni MUbarak e dei fatti in Nord Africa ed in Medio Oriente.

In base ai resoconti di polizia gli arresti sono giustificati dal tentativo di mettere in atto una rivolta in stile egiziano allo scopo di rovesciare Robert Mugabe, che è al potere dal 1980.
Gli arrestati, che rappresentano la Federazione Sindacale dello Zimbabwe(ZCTU), il Sindacato Nazionale degli Studenti (ZNSU) e l'Organizzazione Socialista Internazionale(ISO), stavano solo guardando un documentario sulla rivolta in Egitto e, secondo l'accusa, erano in
procinto di "organizzare", programmare ed attuare la rimozione del governo costituzionale dello Zimbabwe ... all'egiziana".

Sono almeno 8 le persone arrestate, che lo Stato considera essere i dirigenti, ad essere state percosse e torturate in stato di detenzione. Tra gli arrestati ci sono donne HIV-positive, a cui è stata negata ogni assistenza. Una delle donne arrestate è reduce da una recente operazione chirurgica al cervello, ma è stata ugualmente percossa mentre era detenuta perchè ritenuta una dei capi. Ad un'altra le hanno rotto la gamba mentre cercava di fuggire nel momento dell'arresto.

Dopo 4 notti nella Prigione Centrale di Harare, in 46 sono comparsi davanti alla corte nella giornata il 23 Febbraio dove, oltre all'accusa di aver complottato per rovesciare il governo tramite mezzi incostituzionali, per una pena pari a 20 anni di prigione, sono stati anche accusati di tradimento - reato per il quale potrebbe essere prevista la pena di morte. L'udienza conclusiva si è svolta alle 11.15 di giovedì 24 febbraio.

In base alle nostre fonti nello Zimbabwe la macchina della propaganda di regime ha fatto di tutto per calunniare i compagni arrestati e per intimidire l'opinione pubblica. Col diffondersi delle rivolte popolari e delle ribellioni contro i regimi autoritari ed anti-democratici che hanno sconvolto il Nord Africa ed il Medio Oriente, c'è da star sicuri che Bob il Macellaio ed i suoi adepti siano preoccupati del fatto che l'esempio e l'influenza di queste rivolte spontanee degli oppressi e degli sfruttati contro regimi antidemocratici possano espandersi anche a sud, incendiando rivolte per rovesciare lo stesso Mugabe.

Guardando a quello che sta succedendo alle dittature ed ai regimi autoritari appena più a nord, è evidente che Mugabe ed i suoi scagnozzi possano apparire nervosi, e che intendano dare una lezione esemplare con questi arresti, allo scopo di indebolire i movimenti e le lotte in corso, ma anche inviare un massaggio al popolo sul fatto che nessuna resistenza verrà tollerata. E che Mugabe non cadrà così facilmente come è successo a Mubarak. L'accusa di tradimento è stata sollevata apposta.

I 46 di Harare sono stati arrestati perchè essi vedono un barlume di speranza proprio nei magnifici eventi che stanno sconvolgendo il Nord Africa ed il Medio Oriente, con tutti i loro limiti e contraddizioni. Una speranza nel fatto che la gente comune, i lavoratori, gli studenti, i disoccupati ed i senza-niente che hanno avuto la forza di costruire le piramidi per il faraoni... possano oggi avere la forza di buttarli giù. Di abbattere i tiranni. I 46 di Harare sono stati arrestati perchè avevano la speranza che Mugabe, i suoi sgherri ed ogni riflesso di tiranni in ogni dove possa essere raso al suolo.

La loro speranza è anche la nostra. Noi speriamo che, mentre si diffondono le fiamme dell'indignazione e della ribellione, esse possano bruciare sempre più in profondità ogni giorno che passa. Si aprono le porte a nuove idee e nuove possibilità, e dunque noi speriamo che il popolo lavorerà per consolidare le libertà e le conquiste costate tante lotte, per andare avanti sempre attraverso la lotta senza permettere che il movimento diventi preda di partiti, di politicanti o di dirigenti autoritari ed opportunisti. Noi speriamo anche che, mentre questi movimenti emergenti si rafforzano grazie alle lotte, possano anche ampliare la loro azione, verso orizzonti più lontani fino alla trasformazione sociale.

Nell'esprimere la nostra solidarietà ai 46 arrestati in Zimbabwe invitiamo tutti gli anarchici ed i socialisti rivoluzionari, gli attivisti e gli amanti della vera libertà ad estendere la solidarietà a tutti gli arrestati, i torturati e le vittime di violenze in Zimbabwe, in Egitto, in Libia, in Tunisia ed ovunque - per osare di cercare un futuro più luminoso; un futuro di dignità, di libertà e di speranza.

Le sottoscritte organizzazioni sostengono questo appello e le seguenti richieste:

Libertà immediata e senza condizioni per i 46 di Harare! Ritiro immediato di tutte le accuse!
Libertà immediata e senza condizioni per tutti gli arrestati in Egitto, Tunisia, Libia ed ovunque!
Sottoscritto da:

Federazione dei Comunisti Anarchici (Italia)
Grupo Antorcha Libertaria (Colombia)
Hombre y Sociedad (Chile)
Libertære Socialister (Denmark)
Melbourne Anarchist Communist Group (Australia)
Red Libertaria de Buenos Aires (Argentina)
Workers Solidarity Alliance (USA)
Zabalaza Anarchist Communist Front (South Africa)