domenica 9 ottobre 2011
"CON MATILDE, GIOVANNA, ANTONELLA, TINA E MARIA. LE NOSTRE VITE VALGONO DI PIÙ DEI VOSTRI AFFARI E COMPLICITÀ".
Proletario Rivoluzionario da Taranto è andata ieri a Barletta, perchè, come
abbiamo detto ai vari giornalisti e tv, la morte delle 4 operaie e della
ragazzina Maria non è un "disastro", ma un assassinio che mette tragicamente
in luce una condizione delle donne operaie che per lavorare devono rischiare
anche di morire; è un assassinio che grida ribellione, giustizia, necessità
di unità e lotta non solo a Barletta ma per tutte le donne. Per questo era
giusto esserci a Barletta (benchè oltre la nostra non vi erano altre
presenze di lavoratrici da altre città).
Quando siamo arrivate, abbiamo trovato il primo grosso contrasto: da un lato
arrivavano da varie vie nella piazza A. Moro tanti spezzoni di gente che
sembravano quasi dei cortei, soprattutto gruppi di donne, la maggior parte
giovani, tante ragazze che portavano il loro dolore, calore, rabbia;
dall'altra una piazza resa volutamente ferma, silente dall'intreccio
apparati della Chiesa - tutti presenti ai massimi livelli e che hanno
imposto durante la cerimonia funebre un clima da "sepolcri imbiancati" - e
apparati delle forze dell'ordine.
Da un lato le operaie delle altre fabbriche tessili, le operaie della
fabbrica Vinci Shoes, una delle più grandi con 100 lavoratori, venute con il
loro striscione, che volevano stringersi intorno alle loro compagne uccise e
ai loro familiari, operai di fabbriche che erano usciti prima dal lavoro per
partecipare al funerale, ma anche commercianti che avevano tutti chiuso per
lutto, e poi migliaia e migliaia di persone, sicuramente più di 10 mila solo
nella piazza, ma vi era tante gente anche nelle strade laterali, in
particolare nelle 2 strade vicinissime alla piazza dove vi è stato il
crollo; da un lato i familiari, i parenti, le amiche delle 5 donne che
esprimevano la loro disperazione, ma anche, alcuni, la loro denuncia per
quelle morti annunciate. Dall'altra arrivavano quelli in "giacca e
cravatta":
gli amministratori con il sindaco di Barletta, complici, o forse di più, per
questi omicidi e giustificatori della "normalità" del lavoro in quelle
condizioni di tutto nero; arrivavano scortati i politici e rappresentanti
delle istituzioni regionali, Vendola, e nazionali, Carfagna; e uguali a
questi sono arrivati anche i segretari sindacali Bonanni e Camusso, che
hanno detto parole scontate. E l'ipocrisia è andata in scena!
"Vendola - ci ha detto un'operaia correggendo il nostro volantino - non è
vero che ha dato 200 mila euro a famiglia. Ha dato 200mila euro in tutto! E
poi per pagare il funerale e le spese dell'albergo dove ora stanno le
famiglie sgomberate dalle palazzine". Quindi, soldi dovuti (ci mancava anche
che le famiglie dovessero pagare), non certo un contributo di solidarietà
espressione di una politica "diversa" della Regione Puglia.
Intanto, le gerarchie della Chiesa all'inizio ogni 5 minuti facevano dal
palco appelli al "silenzio", quasi preoccupati che così non potesse essere.
Ma la stessa preoccupazione aveva la polizia, ed essa si è subito
manifestata verso la nostra delegazione che aveva aperto in piazza uno
striscione che diceva: "CON MATILDE, GIOVANNA, ANTONELLA, TINA E MARIA. LE
NOSTRE VITE VALGONO DI PIÙ DEI VOSTRI AFFARI E COMPLICITÀ". Striscione
davanti a cui si fermavano tante persone, donne, e soprattutto le operaie
della Vinci Shoes, operaie di altre fabbriche tessili, delegate sindacali,
per parlare, prendere il nostro volantino/messaggio, rimanere in contatto.
Ma quella scritta, "...le nostre vite valgono di più dei vostri affari e
complicità", guastava il clima di "silenzio-rassegnazione" imposto; ad un
certo punto è arrivata la polizia che si è accanita sullo striscione, ha
provato a strapparlo e poi a sequestrarlo, cercando anche di portare in
questura una compagna di Taranto. Solo la nostra ferma determinazione e
l'isolamento del dirigente della polizia dalle donne e persone vicine lo ha
impedito. Ma per far rimanere lo striscione nella piazza abbiamo dovuto
mettere dello shock sulla frase "pericolosa", benchè, come si può vedere da
alcune foto, la frase si leggeva bene lo stesso....
Con le operaie con cui abbiamo parlato, e nelle interviste rilasciate a Tv e
stampa locale e nazionale, abbiamo insistito sul fatto che queste morti sono
frutto sia della speculazione edile dei padroni, come della complicità del
Sindaco di Barletta - e, forse, anche più che complicità. Visto quanto sta
venendo fuori circa un piano esistente che prevedeva l'abbattimento di
quelle palazzine non per fare abitazioni e locali a norma, ma per farci
abitazioni di lusso; piano che potrebbe nascondere un intreccio
affari/tangenti.
Ma queste morti sono soprattutto frutto del lavoro nero. Chi in questi
giorni sta negando questo sbaglia, o volutamente in cattiva fede, o anche in
buona fede come alcuni familiari, lavoratrici, gente di Barletta.
Le 4 donne sono morte in quanto operaie, sono morte sul lavoro e per il
lavoro. Anche la piccola Maria è morta sul luogo di lavoro. E sono morte per
le condizioni di lavoro a "nero", che vuol dire taglio dei costi del lavoro,
del salario come dei costi per la sicurezza. Se le operaie non fossero state
in quelle condizioni, non si sarebbero neanche trovate in quel sottoscala a
lavorare quasi di nascosto, in locali con le crepe nei muri, senza via
d'uscita a norma, ecc., per gli affari del padroncino ma soprattutto per i
profitti delle 'Grandi marche'. Se non sono queste morti per il lavoro, cosa
sono? Non è sicuramente un caso che sono morte solo operaie e Maria che era
andata da loro. Chi nega il rischio mortale del lavoro nero, intrecciato con
la speculazione affaristica dei padroni edili e la mancanza di controlli di
Ispettorato, Asl, ecc., il menefreghismo, o connivenza delle Istituzioni, di
fatto, come sta facendo il sindaco di Barletta, lo vuole giustificare,
normalizzare, renderlo ordinario e scontato, accettabile come unica
prospettiva soprattutto al sud, soprattutto per le donne. Ma così non deve
essere!
Con le operaie abbiamo parlato della necessità, anche di fronte alla morte
di Giovanna, Matilde, Antonella, Tina, Maria - ma c'era stata un'altra morte
pochi giorni fa in Puglia tra le braccianti - dell'unità, della lotta, di
uno "sciopero delle donne", per dire Basta!, per sentirci forti, per non
accettare questa vita!
Purtroppo, a Barletta, chi non c'era, a parte le delegate operaie, erano i
sindacati confederali locali, regionali. Ma questa non è una ragione in
meno, ma un motivo in più per non delegare la nostra lotta di lavoratrici e
di donne.
Il momento più emozionante è stato verso la fine della pomposa, lunga
celebrazione religiosa.
Un grande, fortissimo applauso di tutta la piazza ha salutato le bare che
andavano via.
Ma nello stesso tempo all'applauso si è unita la ribellione. Striscioni sono
calati dai palazzi nella piazza: da un terrazzo, lo striscione nero "E ora
vogliamo la verità!!"; da un balcone di un altro palazzo: "Muore chi fa il
suo dovere per colpa di chi non ha mai fatto il suo".
I rappresentanti istituzionali sono stati "accompagnati" alla fine dalle
grida di gente comune, dal minimo "Bella figura che avete fatto", a frasi
molto più pesanti "Bastardi", "Assassini", "Andate in galera".
La rabbia poi si è trasferita da parte di tanti cittadini sotto il Comune,
verso il sindaco che si è barricato dentro e non ha voluto neanche
incontrare una delegazione. La parola principale era "Dimettetevi", "i
Profitti non valgono la vita di 5 operaie Dimettetevi" - diceva uno
striscione.
Noi prima di tornare a Taranto siamo andate sul luogo del disastro,
vicinissimo a p.zza A. Moro, per lasciare su quelle maledette pietre il
nostro striscione, come saluto, insieme ai fiori e ai cartelli, e ad altri
striscioni.
Un padre ci ha detto: "grazie di essere venute. Avete fatto una cosa
bella!".
per Le lavoratrici, disoccupate del Movimento Femminista Proletario
Rivoluzionario - Taranto
Concetta Musio
Fiorella Masci
margherita calderazzi
tel.347-5301704
TA. 7.10.11
giovedì 19 maggio 2011
Comunicato CASALIBERATUTTE
PRESIDIO SOTTO L’ASSESSORATO PER LA CASA
via della Moletta (dietro il mercato di Garbatella)
Dopo cinque giorni di occupazione stiamo ancora resistendo e vivendo
nella ex scuola elementare “Giulio Verne” (in via dei Tordi 38) !!
Lo stabile che abbiamo liberato sabato 14 maggio è infatti una scuola
che, fino a due anni fa, era frequentata dai bambini e bambine del
quartiere. Poi il Comune di Roma ha deciso che non c’erano più bambini e
che la scuola poteva essere chiusa. I bambini però ci sono ancora,se è
vero che, lo scorso dicembre, il comune ha espresso la volontà di
concedere lo stabile ai privati per trasformarlo nell’ennesima scuola
privata.
Noi rifiutiamo la logica della privatizzazione degli spazi pubblici, la
loro messa a profitto a favore di speculatori e interessi privati.
Per questo l’abbiamo occupata, per sviluppare al suo interno il nostro
progetto socio-abitativo.
Da sempre le donne sono determinanti e determinate all’interno della
lotta per abitare.
Scegliamo!
Ci prendiamo una casa per tutte, uno spazio che risponda al nostro
bisogno di casa con la nostra specificità: vivere il nostro quotidiano
tra donne. Casaliberatutte è la soluzione che abbiamo scelto, per
reagire alla crisi che ci vorrebbe lavoratrici ed allo stesso tempo
madri a casa . Questa casa è l’autodeterminazione che mettiamo in
pratica per far fronte alla mancanza di questo stato e dei servizi
sociali che ci dimostrano la loro inefficenza e incapacità nel
rispondere ai bisogni delle donne.
Le case-famiglia sono strutture non accoglienti costrittive e solo un
tampone temporaneo .Come le case rifugio per chi lotta per uscire dalla
spirale della violenza.
Vogliamo costruire spazi autogestiti in cui sostenere e reinventare le
nostre esistenze.
Una casa dove autodeterminare e reinventare la nostra vita giorno dopo
giorno, libere da ricatti economici, politici, culturali, familiari.
Una casa aperta al quartiere e alla città, dove intrecciare percorsi di
lotta e di vita differenti, e costruire reti di solidarietà,
informazione e resistenza. La fisicità di un luogo e la possibilità di
sperimentazione sociale collettiva contro le logiche autoritarie sono
centrali per i percorsi di rafforzamento e di autonomia delle donne.
casaliberatutte
lunedì 25 aprile 2011
Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones
La scrittrice albanese Elvira Dones ha scritto questa lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle "belle ragazze albanesi". In visita a Tirana, durante l'incontro con Berisha, il premier ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all'Albania. Poi ha aggiunto: "Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze".
Oggetto: Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones
NATA FEMMINA
"Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione. "
Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate.
A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. È solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.
Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.
Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo.
È una storia lunga, Presidente.. . Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio. In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite.
Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci. Questa "battuta" mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuriano varie polemiche, ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne è messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch'io a tutte le donne albanesi.
Merid Elvira Dones
martedì 12 aprile 2011
PROSPETTO RIEPILOGATIVO – SITUAZIONI CRITICHE SULLE CONDIZIONI DI LAVORO, DIRITTI E SUI SERVIZI ALLA CITTADINANZA – AGGIORNATO AD APRILE 2011
Inviato a
DOTT. BASILE, PER DOTT. MANTICI, PER ASSESSORI/DIRIGENTI/CONS. COMUNALI.SERVIZI PER TERZA ETA’ ANZIANI – CASE DI RIPOSO E CENTRI DIURNI: si chiede di trovare soluzioni migliori, per gli anziani delle Case di Riposo, a partire da quella di Roma 2 a rischio di chiusura, che non siano penalizzanti per gli anziani e per loro famiglie. Si richiede di attivarsi per garantire i posti di lavoro del personale dei servizi esternalizzati nelle case di riposo, affidati a cooperative, nei bandi di gara o negli affidamenti o altre soluzioni da adottarsi, con applicazione diritti e garanzie poste dai rispettivi CCNL. Si contrastano operazioni di riorganizzazione dei turni e ritmi di lavoro nelle Case di Riposo, che si pongono in oggettivo contrasto con le norme di cui al D.LGS. 66/2003 (mancato rispetto 11 ore minime di distacco tra fine di una prestazione lavorativa e quella successiva), con le disposizioni a tutela delle condizioni di integrità psico fisica e di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro (D. LGS. 81/2008), operazioni poste in essere dalla coop sociale "IL CIGNO", senza consultare le rappresentanze sindacali aziendali interne.
AZIENDA SPECIALE COMUNALE FARMACAP: allo stato attuale, non vi sono state proposte sulla situazione del progetto di "privatizzazione" dell’azienda, con la trasformazione societaria, le inadempienze della direzione generale aziendale, la scarsa chiarezza sui bilanci societari, sul rilancio dell’azienda pubblica
Farmacap, sia per le farmacie, sia per la teleassistenza – telecompagnia, sia per l’asilo nido all’Infernetto, anche per la tutela delle condizioni di lavoro, salariali e occupazionali del personale impiegato nei vari servizi e settori dell’Azienda.
AEC di cooperative: si richiede il ripristino della fruizione e della presenza, anche in termini di continuità del progetto "educativo-assistenziale" nelle attività e compiti tipici della figura professionale, quasi completamente affidata a lavoratrici-tori di cooperative sociali, anche al momento della mensa degli alunni disabili, con il recupero delle necessarie risorse economico finanziarie (un pasto costa 3 euro…) da affidare ai Municipi nell’ambito dei finanziamenti per i servizi di Saish scolastico e per garantire un intervento qualitativo a favore degli alunni e alunne con varie forme di disabilità. Contrasto a nota del 7 marzo 2011, prot. QM 6435, di Assessore De Palo e Dip. XI (nota allegata esplicativa).
AZIENDE PUBBLICHE COMUNALI: si richiede di sospendere e di rivedere, alla luce delle molte perplessità esposte nelle sedi competenti da diversi mesi da diversi comitati e da organizzazioni sindacali, la proposta di G.C. (Dec. G.C. 118 del 17/12/2010) al vaglio delle CCP, sulla riorganizzazione e "privatizzazione" di aziende pubbliche comunali, si citano l’AMA, la Farmacap, l’Acea, le aziende del trasporto pubblico, la Zètema (il cui contratto di servizio scade quest’anno), Risorse per Roma e altre, sia per la concomitanza con la legge presa a riferimento (art. 23-bis D.L. 112/2008, ora L. 133/2008 e s.m.i.), oggetto dei quesiti referendari di giugno 2011, sia per la opportunità della manovra che è ben lontana dagli obiettivi di tutela della qualità dei servizi pubblici locali e di prestazioni di opere alla cittadinanza, di tutela delle condizioni si lavoro delle decine di migliaia di persone impiegate nelle aziende, sia per la razionalizzazione organizzativa interna e dell’eliminazione di sprechi e inefficienze di natura contabile. Si chiede l’attivazione di "conferenza di servizio" specifica e di ulteriori approfondimenti con tutte le parti sociali, per evitare operazioni non corrette dal punto di vista dell’efficacia dei servizi e per le opere e dell’efficienza, anche contabile, non penalizzante per le condizioni di lavoro e salariali degli "occupati".
ASILI NIDO E SCUOLE DELL’INFANZIA: non sono stati onorati gli impegni di revisione o di modifica delle scelte operate dalle precedenti Giunte, assunti in sede di insediamento dell’attuale G.C. (già Assessore Marsilio), per quanto riguarda l’assetto organizzativo interno per il settore scolastico educativo, su griglie orarie, decentramento e autonomia per i progetti educativi elaborati da gruppi educativi e collegi dei docenti, coerenti con i POF e i PEI, i loro riflessi negativi sulle condizioni di lavoro e di insegnamento didattico (effetti frutto di accordi sindacali del 2006 – 2007 respinti dal personale interessato). Si segnala la mancanza di un piano programmato di monitoraggio per accertare la regolarità sulla capienza delle aule scolastiche e per gli spazi di scuole in base al numero di alunni-e e di insegnanti, in base alle disposizioni in vigore fin dal 1975. Si chiede un intervento e adeguati finanziamenti per la verifica della salubrità degli edifici scolastici ed educativi, per la regolarità ai sensi delle misure di sicurezza e salute degli ambienti di lavoro (anche sulla questione amianto) e per attività di manutenzione degli edifici.
Si richiede una verifica sulla questione dell’utilizzo del personale supplente e delle condizioni di regolarità contrattuale (supplenze "orarie" a 3 ore o a 4,5 ore), rispetto all’effettiva finalità di sostituzione del personale titolare e alla coerenza di un efficace impiego per le attività tipiche di nidi e scuole.
CONTROLLI E VERIFICHE PERIODICHE SUI NIDI IN CONVENZIONE, PER RISPETTO CONDIZIONI DI LAVORO DEL PERSONALE E DELLE CONDIZIONI DI QUALITA’ DEI SERVIZI (anche con controlli su idoneità strutture e rispetto misure di sicurezza e salute per chi ci lavora e per piccoli utenti).
SBLOCCO E APPLICAZIONE DEL PIANO ASSUNZIONALE PERSONALE "ROMA CAPITALE": nonostante assicurazioni e impegni, lo scorrimento di graduatorie di idonei ai concorsi pubblici, alle procedure di scorrimento di graduatorie di corsi concorsi, delle progressioni verticali, non corrisponde all’obiettivo di coprire le carenze di organico, per personale amministrativo, tecnico, area scolastico educativa, assistenti sociali, biblioteche, giardinieri ex LPU Polis. Si chiede un impegno dell’A.C. per deroghe su "Roma Capitale" al Governo centrale in materia di assunzioni e una verifica sulle priorità per garantire abbassamento dei carichi di lavoro per servizi e attività e sblocco delle assunzioni.
SERVIZI A DISABILI, ANZIANI, MINORI, CATEGORIE A RISCHIO, SCOLARIZZAZIONE ROM E GESTIONE CAMPI: si richiedono finanziamenti e coperture di bilancio adeguate alle REALI esigenze della cittadinanza, per garanzia posti di lavoro "a rischio", per applicazione CCNL e accordi aziendali integrativi su salario e stabilizzazione del precariato interno, maggiori controlli da parte delle "stazioni appaltanti" su tariffe da adeguare e su procedure corrette in sede di predisposizione di bandi di gara, affidamenti pacchetti di servizio, convenzioni, anche con il rafforzamento dell’Osservatorio comunale sulle condizioni di lavoro e applicazione di sanzioni per aziende o cooperative o enti che non rispettano CCNL, leggi sul lavoro, diritti persone utilizzate nei servizi e progetti.
Revisione delibera G.C. 479/2006 su meccanismo di accreditamento e tariffe orarie, che si riflettono sui salari delle lavoratrici e dei lavoratori. Si chiede approfondimento e verifica, anche in sede di copertura di Bilancio 2011, sui servizi territoriali ai disabili (SAISH), ANZIANI (SAISA) MINORI (SISMIF) AEC, sui progetti di assistenza su HIV-AIDS.
Si chiede un approfondimento sulla idonea ricollocazione lavorativa di coloro che sono stati impiegati nel servizio di gestione campi rom, in assenza di un piano programmatico comunale, attualmente affidato a Associazione Volontari della C.R.I. Verifica correttezza su imminenti bandi di gara per servi zio scolarizzazione rom.
Roma Multiservizi SpA: rispetto e applicazione OdG di indirizzo collegato a Bilancio 2010 e percorso proposto per la vicenda giardinieri e personale utilizzato nel settore del "verde pubblico" (ex LPU Polis), come prosecuzione del percorso iniziato con accordo sindacale sottoscritto il 29 Settembre 2010, per gli 83 operatori rimasti in Multiservizi.
Richiesta di convocazione incontri richiesti fin dal mese di Marzo 2011, ottenuti colloqui parziali e senza proposte concrete in sede assessorile. Contraddizione tra impegni Giunta Alemanno 1 con l’attuale assetto.
Verifica su procedure di mobilità per i 159 lavoratori appalto scuole statali, ex L. 223/91, attivato dall’azienda e per situazione lavoratori rimasti senza collocazione idonea per situazione "Casa del Cinema" – affidamento a Società Zètema P.C. già appalto Palaexpo (già impresa affidataria)– Roma Multiservizi (già impresa esecutrice).
Verifica su appalti in scadenza e su vicende segnalate su salvaguardia occupazionale livelli salariali.
CANILI COMUNALI/AVCPP: anche dopo gli ultimi incontri del 22 marzo 2011, in sede assessorile, non vi sono allo stato attuale proposte concrete e materialmente attuabili da parte comunale. Permane una situazione di affidamento in proroga ad A.V.C.P.P., onlus non in grado di garantire salari pagati regolarmente e ottimali condizioni di organizzazione del lavoro interne, anche per le difficoltà comunali su salute e sicurezza ambienti di lavoro dei canili e progetto di sviluppo e rilancio sia di parte comunale sia di stazione appaltante, del servizio alla cittadinanza, con pieno rispetto della salvaguardia dei posti di lavoro in essere e delle condizioni salariali come da CCNL e accordi integrativi.
BIBLIOTECHE COMUNALI-INFORMAGIOVANI- SERVIZI CULTURALI ZETEMA-MUSEI: si segnala che dai rispettivi tavoli di relazioni sindacali industriali dei settori citati, si evidenzia una carenza di personale (profilo CSB) per mantenere aperto il servizio nelle biblioteche, per la parte relativa ad idonei progetti di sviluppo delle attività nelle Biblioteche, specie quelle in quartieri periferici, mancano fondi quantificati in 1 milione di euro, oltre al restringimento di salario accessorio su progetti concordati con Direzione ISBCC/IBR e Presidenza, per retribuzione personale.
L’apertura e la ristrutturazione di sedi bibliotecarie, necessità di risorse umane, finanziarie e di una sinergia tra le Istituzioni capitoline e le società e le situazioni presenti sul territorio (scuole, centri anziani, associazionismo), per evitare un progressivo smantellamento della qualità finora elevata di servizi e attività nei Municipi di Roma Capitale.
SI EVIDENZIANO PERPLESSITA’ SUL PROGETTO DI RISTRUTTURAZIONE DEL SERVIZIO INFORMAGIOVANI, SIA PER L’ALLONTANAMENTO DALLA RETE NAZIONALE INFORMAGIOVANI IN SEDE ANCI, SIA SULLA CONTINUITA’ DI UN SERVIZIO E SULLE CONDIZIONI DEL PERSONALE UTILIZZATO, allo stato dipendente della Società Zètema P.C. part time, situazione di part time e di condizioni di lavoro e di regolarità delle loro mansioni e funzioni, segnalata anche nelle assemblee del PERSONALE ZETEMA DELLE BIBLIOTECHE. Si segnala la difficoltà e la proposta di CHIUSURA PER MEZZA GIORNATA, di alcuni MUSEI CAPITOLINI-SERVIZI CIVICI (Bilotti, Canonica, Napoleonico, Montemartini), difficoltà organizzative, di carenza di personale di custodia per la copertura dei turni e per scelte non ben chiarite di sviluppo del sistema dei musei civici, con contratto di servizio alla Società Zètema in scadenza nel corrente anno 2011. Si richiede audizione con CCP di riferimento e vigilanza da parte del Consiglio comunale e del Gabinetto del Sindaco su situazioni di criticità segnalate, per coerenza rispetto a indirizzi e proposte degli Assessorati o di monitoraggio con le stazioni appaltanti
DISPARITA’ DI TRATTAMENTO – ATTI DI NATURA DISCRIMINATORIA A LAVORATRICI: si segnala che sono in corso, con attivazione di iniziative di contrasto in sede sindacale e anche giudiziaria da parte di sindacati, associazioni, lavoratrici, una serie di condotte NON CONFORMI E NON CORRETTE ai danni di lavoratrici, sia nella società ZETEMA PROGETTO CULTURA, sia in alcune cooperative sociali (con dimissioni di lavoratrici).
Le ipotesi di disparità di trattamento rispetto a colleghi uomini a parità di condizioni, il mancato rispetto della dignità per lavoratrici madri, rendendo più pesante l’applicazione della legislazione di tutela di lavoratrici e di mamme, con responsabilità maggiori rispetto alla situazione pre-maternità, che incide su ritmi di lavoro, orari di lavoro, sedi di lavoro, responsabilità familiari, sta assumendo una dimensione NON EPISODICA, anche con vere e proprie discriminazioni, con minacce, forme di "rappresaglia", sanzioni disciplinari, che NON possono essere lasciate senza adeguato intervento dei Consiglieri comunali e dell’A.C., per fermare questi comportamenti indegni per la collettività.
Si richiede intervento da parte dei Consiglieri e del Gabinetto del Sindaco, anche con incontri e audizioni sulle situazioni concrete in corso, su tali condotte poste in essere da responsabili aziendali, anche con abuso della supremazia gerarchica.
Trasmette Coord. Lav. coop. sociali/enti/aziende pubbliche – Rsa-RSU Usi Ait fax 06/77201444 usiait1@virgilio.it
lunedì 7 marzo 2011
Roma - Riprendiamoci le nostre vite indecorose e libere!

Appello per il corteo notturno di martedì 8 marzo 2011 (partenza h18 - Piazza Bocca della verità - Roma)
Dopo la straordinaria giornata dello scorso 13 febbraio, le donne riprendono le mobilitazioni contro le politiche del governo Berlusconi e contro il modello, tutto italiano, della doppia morale
Negli ultimi mesi un’energia nuova e dirompente è emersa dalle mobilitazioni delle università e dei precari, dalla resistenza degli operai e dei migranti, fino a giungere alle ribellioni dell’Egitto e delle coste del Mediterraneo.
E’ un grido di rivolta che denuncia un sistema sociale ingiusto e si rifiuta di pagarne i costi.
Il 13 febbraio scorso noi donne ci siamo opposte alle politiche che soffocano le nostre vite e che hanno portato al progressivo restringimento dei nostri diritti e dei nostri spazi di libertà. Abbiamo attraversato piazza del Popolo, invaso le strade di Roma e ci siamo spinte fino a Montecitorio per “restituire al mittente” le leggi contro le donne approvate negli ultimi anni dai governi sia di centrodestra che di centrosinistra: le dimissioni in bianco, il collegato lavoro, la legge 40 sulla procreazione assistita, l’innalzamento dell’età pensionabile, il pacchetto sicurezza e tante altre.
Anche l’8 marzo vogliamo riportare in piazza la stessa voce e, con lo stesso linguaggio impetuoso, rimettere al centro la questione della redistribuzione delle ricchezze: tra chi fa i profitti e chi sta pagando questa crisi, tra chi possiede palazzi e chi non ha casa, tra chi si giova di stipendi milionari e chi non ha un lavoro.
Vogliamo contestare chi mette in discussione la nostra autodeterminazione saturando le strutture pubbliche di obiettori di coscienza, limitando la diffusione della pillola RU486 o sostenendo la privatizzazione delle strutture sanitarie come i consultori (vedi la proposta di legge Tarzia per la regione Lazio), luoghi che noi invece vorremmo reinventare partendo dai nostri attuali bisogni.
Vogliamo ribellarci a una cultura e a un immaginario usati per controllare e disciplinare i nostri corpi e la nostra sessualità. Dal lavoro alla sanità, infatti, l’unico ruolo legittimato per le donne è quello di moglie e madre. Eppure spesso nel momento dell’assunzione ci vengono fatti firmare fogli di “dimissioni in bianco” che il datore di lavoro potrà tirar fuori nel momento in cui dovessimo dichiarare di essere incinte.
Viviamo nel Paese della doppia morale, dove l’unico modello accettato e promosso è la famiglia eterosessuale, quella stessa famiglia in cui, come le statistiche ufficiali ci raccontano, avvengono la maggior parte delle violenze sulle donne attuate da mariti, compagni e padri. E’ anche per questo che rifiutiamo la precarietà: perché ci obbliga a dipendere economicamente e culturalmente da un modello relazionale che ci impedisce di poter scegliere dove, come, quando e con chi essere o NON essere madri.
Eppure la stessa retorica familista che dichiara di promuovere e sostenere la genitorialità, di fatto ne ostacola la possibilità a lesbiche, single, gay, trans e a tutti quei soggetti che sfuggono alla norma eterosessuale e cattolica. Ed è sempre la stessa logica che da un lato stigmatizza e criminalizza le sex workers attraverso pacchetto sicurezza e campagne moraliste e sul “decoro”, e dall’altro ne fa un uso “spettacolarizzato” e strumentale al piacere maschile diffuso all'interno dei Palazzi del potere, ma non solo.
L’8 marzo scenderemo in piazza anche per smascherare le politiche razziste di questo governo che sfrutta il lavoro di cura svolto per la maggior parte da donne migranti e contemporaneamente le trasforma in “pericolose” protagoniste dell'“emergenza immigrati” oppure le priva della libertà e le rende vittime di violenze nei CIE.
Per tutte queste ragioni saremo in piazza l’8 marzo, per rivendicare diritti e libertà, perchè i nostri desideri non hanno né famiglia né nazione, noi non siamo “italiane per-bene": siamo precarie, studentesse, lesbiche, trans, siamo donne che rifiutano il modello di welfare familistico, nazionalista, cattolico ed eterosessista.
Vogliamo riappropriarci delle nostre voci e dei nostri corpi e anche delle strade, della notte e delle nostre relazioni: rivendichiamo diritti, welfare e autodeterminazione.
Siamo tutte DONNE in CARNEvale e OSSA!!
L'otto... m'arzo e m'arrivolto!
CORTEO NOTTURNO - MARTEDì 8 MARZO 2011
Partenza ORE 18 - Piazza Bocca della verità - Roma
Promuovono: Centro Donna Lisa – Donnedasud – le Facinorosse – Infosex-Esc – Lucha y Siesta Action-A – le Malefiche – la Meladieva – le Ribellule – SuiGeneris
Aderiscono: Comitato donne 100celle e dintorni – Ladyfest Roma – Tuba libreria delle donne – donne di classe – Rivista noidonne - Cooperativa sociale Befree, contro tratta, violenze, discriminazioni – Donne di Sinistra Critica – Assemblea cittadina Casa Internazionale delle Donne – Donne in nero di Roma – Zeroviolenzadonne.it – collettivo cime di queer – Loa Acrobax – Strike spa – Escatelier – Anomalia Sapienza – ReteLettere Roma3 – ateneinrivolta – Link Roma – Angelo MAi – Action Diritti in movimento – Csoa Corto Circuito – Associazione Ya Basta Moltitudia Onlus – Inquelposto, Ladispoli - S.U.R.F.-Scuole e Università in Rete per la Formazione.
mercoledì 9 febbraio 2011
JOY, I CIE E LE DONNE “PERBENE”
l’ispettore di PS Vittorio Addesso dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di
Joy.
Lo Stato si è autoassolto. La sentenza ha ribadito l’immunità e l’impunità delle istituzioni in divisa ogniqualvolta queste agiscano; violenza, immunità ed impunità
che fanno parte dell’insieme dei privilegi che i “tutori dell’ordine” hanno come
contropartita dei loro servigi.
Ma non è solo questo: la sentenza è una modalità del controllo sociale. Il sistema
intende rimarcare l’inutilità e l’impossibilità della ribellione da parte degli oppressi e renderne evidenti i rischi che questi ultimi corrono nel rivendicare
giustizia.
Su Joy e Hellen pende una denuncia per calunnia e questa sentenza apre scenari
preoccupanti. Ma la sentenza apre anche ad una serie di considerazioni estremamente
attuali. Le donne rinchiuse nei Cie sono prostitute, prostitute vittime di tratta e
lavoratrici migranti di altro tipo che hanno perso il lavoro o sono diventate
irregolari per qualche motivo, ma, lì dentro, perdono ogni identità e diventano tutte “puttane”, nel senso preciso che questa società patriarcale attribuisce al termine.
Sono bottino di guerra e, come vinte, come nuove schiave, devono essere disponibili
ad ogni tipo di richiesta di prestazione sessuale esercitata da chi è preposto al
controllo e alla gestione di quei luoghi e, quindi, nella veste ufficiale di
rappresentante delle istituzioni.
Perchè le “prestazioni sessuali” che le donne e le trans rinchiuse nei Cie devono
fornire, in una condizione di ricattabilità e di soggezione, per ogni più piccola
necessità, non scandalizzano le donne “perbene” della così detta sinistra?
Perchè non c’è una mobilitazione con appelli sui giornali e dichiarazioni di fuoco,
dato che un rappresen-tante delle istituzioni, accusato di violenza sessuale è stato,
guarda caso, assolto, nonostante l’incidente probatorio dell’8 giugno ed il rinvio
a giudizio con rito abbreviato?
Perchè nessuna di queste si indigna per l’uso del corpo delle donne nei Cie, donne
soggette ad un’inestricabile e preciso intreccio di oppressioni di razza, genere e
classe e per le violenze che su di loro vengono quotidianamente perpetrate?
Azzardo qualche ipotesi?
Perchè i Cie sono stati istituiti dal centro-sinistra come Cpt, “migliorati” e supportati con la legge sul reato di immigrazione clandestina dal centrodestra ed
entrambi gli schieramenti sono in assoluta sintonia sui principi che li informano, da
quello della detenzione per condizione, a quello di strumento di controllo del
mercato del lavoro, passando attraverso le guerre neocoloniali, dirette ed
indirette, che provocano l’esodo di massa delle popolazioni del terzo mondo.
Perchè non c’è nessun ritorno politico. Come possono i partiti e i partitini della
così detta sinistra usare la violenza di genere nei Cie come arma di ricatto verso il
primo ministro ed il suo governo, se ne sono corresponsabili?
Allora perchè questo sdegno per i comportamenti sessuali del premier e l’uso del
corpo delle donne e nes-suno sdegno per i ricatti sessuali all’interno dei Cie verso
donne, oltre tutto, non libere, ma costrette?
Perchè sui Cie non è possibile nessuna strumentalizzazione politica.
E, allora, è palese che l’indignazione per l’uso del corpo delle donne che viene
portata in piazza il 13, è solo strumentale.
Ma sarebbe niente. E’ che questo è veramente dannoso per tutte le donne, per la nostra dignità e per le nostre lotte.
Elisabetta
da: www.asloperaicontro.org
domenica 12 settembre 2010
Amate da morire.
Non solo nei paesi “arretrati” dove sostenuti da stati e religioni le “femmine” sono tranquillamente lapidate, torturate, uccise, ma anche nella “societa’ civile” occidentale, dopo decenni di “emancipazione e parita’”si aggirano gli “amanti” assassini che sempre piu’ spesso fanno sparare le proprie rivoltelle e volare i prori pugnali sui corpi delle “proprie” donne.
I nuovi mostri, atterriti dal cambiamento in atto, incapaci anche solo di comprendere le variazioni di forma e sostanza dei rapporti umani e dei loro involucri giuridico-legali, ammazzano sempre piu’ spesso, per ristabilire la loro “normalita’”, le loro certezze, le loro “sicurezze” abitudinarie.
Il luogo del delitto e’ la famiglia, o quello che ne resta, o il “desiderio” di rimetterne in piedi le macerie.
Il terremoto che ha investito i rapporti umani nell’ultimo ventennio ( e che ha relegato l’istituto famiglia tra le anticaglie della storia ) ha poco a che vedere con le passate ( e lontane! ) aspirazioni di liberazione sociale e sessuale, di distruzione del patriarcato e della famiglia, dei ruoli, dell’oppressione religiosa.
L’odierna evoluzione disordinata nei rapporti interpersonali ha molto a che vedere, invece, con un percorso di sistema tanto obbligato quanto ( tele ) guidato che, sfarinando l’istituto famiglia, rendendo improponibile l’epicentro economico della famiglia-fazenda, “libera” la donna dal giogo della dipendenza materiale immettendola, a prorio uso e consumo, nel ciclo produttivo, coprendo l’operazione con le ideologie delle “pari opportunita” e delle “quote rosa”.
Insomma, l’incompatibilita’ della liberazione viene progressivamente risucchiata nella compatibilita’ dell’emancipazionismo lavorista, costringendo la donna a ricoprire ruoli maschili, ed a dimostrare continuamente di esserne all’altezza, magari peggiorandoli.
Lo svuotamento della famiglia non e’ stato il frutto di una rivoluzione sociale ( o di genere ) ma il risultato del movimento reale capitalistico che, semplicemente, ritenendola ormai superflua ed inservibile, non la usa piu’, lasciando alla religione il ruolo di trombone sfiatato di qualcosa che non c’e’ piu, e che non tornera’.
E se la famiglia tendenzialmente non c’e’ piu’, non si intravede nemmeno lontanamente qualcosa d’altro, di diverso, che attraversando le vite di donne e uomini, le metta in una qualche comunicazione.
Della “vecchia” contrapposizione famiglia-comune nessuno parla piu’, cosi’ come della distinzione tra liberazione ed emancipazione, cosi’ come dell’autogestione della propria vita e dei propri corpi.
Non puo’ essere solo dimenticanza, o pigrizia.
E’ che quell’anelito di vera liberta’di corpo e spirito, quella spinta verso nuove donne, nuovi uomini, nuovi rapporti, e’ stata recuperata dentro il recinto del possibile, cioe’ del compatibile, dell’utilizzabile dal sistema.
L’uomo e’ rimasto vecchio diventando mostro, ma anche la donna e’ rimasta vecchia diventando “moderna”, ed i rapporti, semplicemente, non esistono piu’, o sono pantomima, o peggio.
Di certo, le altrettanto datate certezze di un tempo sulla “rivoluzione unica liberazione” non bastano piu’, come molte altre ricettine precotte.
Anche qui, i fatti hanno la testa dura, e le formulette non funzionano.
Meglio sarebbe ri-cominciare a capirli, i fatti, per quello che sono e per come si esprimono.
COMBAT
venerdì 9 aprile 2010
I vescovi lancia in resta (non fraintedete) contro la RU486

domenica 4 aprile 2010
Padova, RU 486: le donne si mobilitano subito!

Si è svolta ieri mattina a Padova una iniziativa di Donne in Movimento davanti alla Clinica Ostetrica dell’Ospedale.
Una risposta immediata dopo le dichiarazioni del neo-governatore Zaia. Zaia ha dichiarato ieri "Non daremo mai l’autorizzazione per poter trovare questa pillola nei nostri ospedali".
Anche i medici non obiettori sono allibiti: "Noi sappiamo che c’è una normativa dello Stato che ha permesso la circolazione del farmaco, che rientra nell’ambito della 194, a livello ospedaliero. Non è ancora mai accaduto che una Regione possa bloccare un medicinale approvato in sede nazionale".
E’ evidentemente a tutti che si tratta di un vero attacco alla legge 194: è l’uguaglianza delle opportunità e dei servizi ad essere messa in dubbio con queste dichiarazioni. In un certo senso la scelta di Cota e di Zaia è già un pezzo di secessione più che una dichiarazione di fede.
L' avevamo già visto su altre questioni come l’accesso ai servizi sanitari, alla casa o all’istruzione per i migranti irregolari.
Ecco il testo del comunicato.194 via crucis delle donne
ATTACCO ALLA LIBERTA' DELLE DONNE
E' di questi giorni l'annuncio che il farmaco RU 486 è arrivato in Italia e che sarà commercializzato nei prossimi giorni.
Non ancora insediati, due neo governatori leghisti, già stanno lanciando i loro anatemi contro l'aborto.
Parliamo di Cota e di Zaia, rispettivamente neo eletti presidenti della regione Piemonte il primo, della regione Veneto il secondo, i quali come primo intervento politico nella loro nuova veste, dichiarano che bloccheranno la commercializzazione del farmaco suddetto.
Plaude tutto il clericato, in primis il papa Benedetto e il monsignor Fisichella che è il presidente della pontificia accademia per la vita.
Tutto questo rappresenta un attacco insopportabile alla libertà di scelta delle donne!
Le donne negli anni '70 hanno lottato duramente per ottenere il diritto di interrompere la gravidanza senza il rischio di morire.
Esiste oggi la legge 194 che garantisce questo diritto. Non è la legge perfetta e, in questo paese, è stato fatto di tutto per renderla inefficace e in questi decenni ha subito molti attacchi.
Negli anni '80 poi è stato introdotto in vari paesi dell'Europa, Italia esclusa, l'aborto farmacologico (con l'impiego della RU 486) che permette alle donne di interrompere la gravidanza entro i primi 49 giorni di amenorrea ed evita alla donna il ricovero ospedaliero.
Dopo lunghe vicende, finalmente anche qui sarebbe da oggi possibile poter scegliere questo metodo di interruzione della gravidanza.
Oggi però la lega nord attacca le donne, in particolare le donne venete e piemontesi, cercando di impedire in tutti i modi l'introduzione nelle farmacie degli ospedali di questo prodotto farmaceutico che dovrebbe invece essere a disposizione delle donne che scelgono tale metodo.
E' indispensabile che noi donne ci opponiamo con forza all'attacco alla libertà di poter scegliere, sulla propria vita, sul proprio corpo.
I nostri corpi non sono a disposizione di terzi, non sono proprietà privata di altri che possano disporre a proprio piacimento della nostra vita.
La nostra libertà ed indipendenza sono seriamente messe a repentaglio da integralismi, da reazionarismi ed obiettori che vogliono relegare le donne a ruoli secondari e togliere la libertà ed i diritti acquisiti, che vogliono riportare le donne ad abortire clandestinamente, pagando profumatamente medici “obiettori” o morendo di emorragia o di setticemia in mano alle “mammane”.
Segnaliamo inoltre che nel veneto la giunta fuoriuscente ha già predisposto l'inserimento obbligatorio e il finanziamento di “associazioni che si occupano di educazione familiare”, alias “movimento per la vita “ all'interno dei consultori.
GIU' LE MANI DAI NOSTRI CORPI!!!
Donne in Movimento
giovedì 11 febbraio 2010
Manifestazione Nazionale NO VAT
Manifestazione Nazionale NO VAT
Autodeterminazione
antifascismo
liberazione
Il 13 Febbraio 2010 per il quinto anno scendiamo ancora in piazza contro il Vaticanoper denunciarne l’invadenza nella politica italiana: è infatti uno degli attori cheagiscono nelle complesse dinamiche di potere sottese a un sistema autoritario erepressivo.
L’11 febbraio 1929 i Patti Lateranensi sancivano la saldatura tra Vaticano e regime fascista, oggi le destre agitano il crocefisso per legittimare un ordine morale in linea con l’integralismo delle gerarchie vaticane, lo strumentalizzano per costruire un’identità nazionale razzista e una declinazione della cittadinanza eterosessista e familista.
Da una parte le destre criminalizzano immigrate ed immigrati, istigano a una vera“caccia all’uomo”, li/le rappresentano come la concorrenza nell’accesso alle risorsepubbliche mentre nessuno affronta il problema di un welfare smantellato ecomunque disegnato su un modello sociale che non c’è più. D’altra parte la chiesa cattolica legittima esclusivamente questo modello di società, basato sulla famiglia eterosessuale tradizionale, sulla divisione dei ruoli sessuali, dove un genere è subordinato all’altro e lesbiche, gay e trans non hanno alcun diritto di cittadinanza.
Su un altro fronte, destra moderata e sinistra riformista attuano il tentativo di procedere ad un’assimilazione selettiva dei soggetti minoritari sulla base della disponibilità espressa a offrirsi docilmente a legittimare discorsi razzisti, eterosessisti e repressivi. E’ prevista l’inclusione solo di quelle soggettività che non mettono in discussione il potere: c’è un piccolo posto anche per gay, lesbiche e trans e per altre figure della diversità, purché confermino l’ordine razzista, sessista e repressivo.
In questo quadro, nel movimento lgbtq, abbiamo assistito alla comparsa di “nuovi”soggetti che ne usano le parole d’ordine per produrre un ribaltamento della realtà: a protezione delle soggettività supposte deboli pongono i loro carnefici. Chi legittima questi “nuovi” soggetti, contribuisce a produrre un ulteriore spostamento a destra, a normalizzare la presenza delle destre radicali nel dibattito pubblico.
Fuori da queste lotte interne al potere, dobbiamo constatare la diffusa e asfissiante presenza di un’etica cattolica, un modello di politica che propone come uniche alternative di “rinnovamento” il moralismo e il giustizialismo. Sappiamo che se oggi il Vaticano appare meno interventista è solo perché non ne ha bisogno: già nel nostro paese possiede il monopolio dell’”etica” che abbraccia indistintamente governo e opposizione parlamentare che fanno a gara – come sempre – ad inginocchiarsi all’altare del giustizialismo e del buonismo ipocrita.
Respingiamo il tentativo di espropriare anche i movimenti di lesbiche, gay, trans e femministe, di categorie fondamentali quali l’antifascismo, altrimenti l’ambiguità politica finirebbe per rendere le nostre soggettività complici di quest’ordine morale e politico che concede una legittimazione vittimizzante e minoritaria in cambio dell’assuefazione alla repressione.
Contrastiamo questo potere che, dove non addomestica, reprime e, attraverso l’ordine morale vaticano, assume dispositivi di disciplinamento e controllo sociale che negano qualunque tipo di autodeterminazione: l’autodeterminazione sociale edeconomica dei e delle migranti, l’autodeterminazione dei corpi e degli stili di vita di donne, gay, lesbiche e trans, ogni percorso di autorganizzazione, di dissenso e di conflitto.
Denunciamo che quando il processo di addomesticamento non si compie viene utilizzato il carcere, il CIE (centri di identificazione ed espulsione), la repressione, la paura, la noia, la solitudine, l’intimidazione e la criminalizzazione per neutralizzare gli elementi di dissenso non previsti e non gestibili: migranti, movimenti, studenti, lavoratori e lavoratrici, disoccupati/e.
Riaffermiamo che antirazzismo, antifascismo, antisessismo sono lotte, necessarie l’una all’altra, da condurre anche contro l’uso strumentale delle libertà di donne elgbt per rafforzare e legittimare un modello razzista.
Portiamo in piazza i nostri percorsi di autodeterminazione nell’acutizzarsi della crisi economica e dello smantellamento dello stato sociale – in particolare della scuola e dell’università – che tanto spazio lascia alle imprese private e confessionali.
Riaffermiamo le diversità e le differenze sociali, sessuali, culturali, contro l’identitànazionale razzista e eterosessista che ci vogliono imporre e contro l’ordine morale vaticano.
Portiamo in piazza i nostri percorsi di liberazione per ribadire la nostra volontà di agire nello spazio pubblico per produrre trasformazione sociale e culturale.
ROMA – sabato 13 febbraio 2010
Manifestazione Nazionale NO VAT
Autodeterminazione
laicità
antifascismo
antirazzismo
liberazione
http://www.facciamobreccia.org/
per adesioni:
adesioni@facciamobreccia.org
lunedì 4 gennaio 2010
NOI AMIAMO!
lunedì 23 novembre 2009
NEI CIE SI STUPRA E SI MUORE
Due fatti, questi che mostrano chiaramente la disumanizzazione agita nei confronti delle “straniere”. Una disumanizzazione che nei Cie raggiunge il suo apice. Ricatti sessuali, molestie, violenze e stupri contro le donne sono, infatti, il “pane quotidiano” in questi universi concentrazionari – per molti aspetti assai simili ai lager – sin dalla loro creazione, alla fine degli anni ’90.
Oggi il “pacchetto sicurezza” è in vigore e la campagna istituzionale e mediatica in suo sostegno è stata costruita proprio sull’equazione razzista clandestino=stupratore. Ma la realtà è ben diversa e per questo diventa urgente fare un salto e denunciare i Cie come luoghi privilegiati di violenza e sopraffazione contro le donne migranti, luoghi in cui i guardiani si sentono in diritto di abusare delle donne rinchiuse, forti anche delle connivenze istituzionali che ne garantiscono coperture e impunità.
In ottobre a Milano sono state condannate a sei mesi di carcere alcune donne nigeriane “colpevoli” di aver partecipato, in agosto, alla rivolta nel Cie milanese. Durante un’udienza una di queste donne, Joy, ha denunciato in aula di aver subito – dopo vari ricatti sessuali – un tentativo di stupro da parte dell’ispettore-capo del Cie, Vittorio Addesso, e di essersi salvata solo grazie all’aiuto della sua compagna di cella, Hellen. Durante la rivolta, Joy ed Hellen con altre recluse sono, poi, state trascinate, seminude, in una stanza senza telecamere, amanettate e fatte inginocchiare per poi venire picchiate selvaggiamente e successivamente tradotte in carcere.
Con le loro dichiarazioni Joy ed Hellen, che ora rischiano un processo per “calunnia”, hanno portato alla luce la realtà della violenza razzista e sessista nei Cie. Siamo convinte che il loro coraggio vada sostenuto: per questo il 25 novembre - giornata internazionale contro la violenza sulle donne – riteniamo importante che si moltiplichino iniziative contro i Centri di identificazione ed espulsione ed in solidarietà a Joy ed Hellen e a tutte le migranti che hanno avuto – e che avranno – il coraggio di fare i nomi dei loro aguzzini.
Noi non siamo complici!
FIGLIE DI NESSUNO
Venezia
giovedì 29 ottobre 2009
Per una scuola pubblica di libertà e laicità
Senza steccati religiosi
Insospettabili politici di destra hanno lanciato l'idea dell'introduzione dell'ora di religione musulmana all'interno delle scuole pubbliche, facendo sorgere un dibattito fondato sul nulla, tanti e complessi sono i passaggi necessari per giungere ad una situazione come quella di cui gode attualmente l'ora di religione cattolica.
Ma se tanti e complessi sono tali passaggi (necessità di un'intesa con la confessione islamica, definizione dei contenuti didattici, individuazione e formazione dei docenti, legiferazione parlamentare, ecc.), qual è allora lo scopo recondito di questa operazione di apparente "liberalizzazione" dell'ora di religione?
In realtà si tratta di una manovra che dovrebbe consentire di procedere al rafforzamento della presenza - già solidissima - della chiesa cattolica all'interno della scuola, mano a mano che questa perde la sua natura di istituzione per darsi quella di servizio pubblico e al tempo stesso muta il suo ruolo di luogo di formazione di coscienze libere e laiche per quello di luogo di formazione di identità basate su appartenenze religiose, etniche, territoriali, e così via.
In una scuola pubblica che và in questa direzione, la presenza ed il ruolo di presidio della religione cattolica diventa dunque elemento decisivo di processi identitari che facciano piazza pulita della laicità e delle coscienze critiche.
I 136 milioni di euro per le scuole paritarie non bastano più. Occorre rafforzare presenza e ruolo della religione cattolica nella scuola pubblica, e questo per il ministro in carica e per le autorità vaticane significa due cose: procedere nella ridefinizione dello status degli insegnanti di religione cattolica da un lato e dello status dell'insegnamento stesso della religione cattolica (IRC), dall'altro.
Per poter garantire agli insegnanti di religione le stesse condizioni degli altri insegnanti (in buona sostanza il diritto di voto negli scrutini) si apre così la facile strada di una modifica dell'intesa Stato-Vaticano del 23 giugno 1990, laddove si recita che il voto dell'insegnante di religione cattolica "se determinante diviene un giudizio motivato", insieme ad una modifica dell'art.309 del Testo Unico n°297/1994 che consente allo Stato di poter liberamente decidere in fatto di valutazione del rendimento in religione cattolica. Percorso affatto impossibile, che porterebbe l'IRC all'equiparazione con le altre discipline, pur tra i mari burrascosi di una verifica di legittimità sul piano costituzionale ed a costo di inibire i diritti degli alunni che non si avvalgono dell'IRC, i quali verrebbero a trovarsi in una condizione di disparità. Va da sé che già oggi le attività alternative per coloro i quali non si avvalgono dell'IRC, non ricevono finanziamenti per retribuire i docenti eventualmente necessari.
L'altro passo necessario è quello della equiparazione dell'IRC alle altre discipline sul piano dello status culturale e scientifico. Può sembrare un paradosso, dato che - a differenza della altre discipline il cui status ed insegnamento sono liberi - l'IRC è oggi emanazione delle autorità religiose e da queste posti sotto controllo sia i contenuti didattici che la formazione e conformità dei docenti; eppure in una lettera alle conferenze episcopali del 5 maggio scorso, la Congregazione per l'educazione cattolica, ha rivendicato il carattere scientifico, persino laico, dell'insegnamento della religione cattolica e - al tempo stesso - si è premurata di avvertire che spetta alla conferenza episcopale emanare norme generali su questa materia ed ai vescovi quello di vigilare.
Non bisogna cadere quindi nella trappola offerta ai media dell'ora di islam, quanto prepararsi per affrontare quello che sarà probabilmente l'affondo decisivo dell'integralismo cattolico verso la scuola pubblica, pronto a demolire gli ultimi baluardi di laicità e di libertà di insegnamento che si frappongono al ritorno dell'autorità dei chierici in campo di scienza e di cultura. L'ora di islam, se mai si farà, sarà ben poco prezzo da pagare.
Tutte le forze laiche, libertarie, anticlericali, tutti gli oppositori di ogni integralismo e di ogni steccato religioso, tutti gli irriducibili ad ogni divisione della società fra appartenenze religiose, etniche, di sangue e di terra, sono chiamati perciò ancora una volta ad una nuova mobilitazione per la difesa della laicità. Una mobilitazione di carattere culturale, politico e sociale che attraversi le scuole, gli operatori della formazione, l'associazionismo di base e quello sindacale per una campagna di salvaguardia delle basi costitutive della scuola di tutti e di tutte; per un allargamento delle iniziative e delle proposte che favoriscano una società ed una scuola interculturali senza autorità religiose e senza dogmi, fondate sulla solidarietà reciproca e sul riconoscimento dell'essere donne e uomini liberi nelle scelte e nella lotta.
28 ottobre 2009
domenica 15 marzo 2009
Sotto la presidenza Marcegaglia di Confindustria, per le donne la crisi peggiore dal dopoguerra a oggi
Ma noi lo sappiamo, il feroce sfruttamento economico del capitale non guarda in faccia a nessuno, non sta a sottilizzare ne sul colore della pelle né sulle credenze religiose, ne tantomeno se sei maschio o femmina; i padroni, statali o privati che siano, prendono di mira soprattutto gli strati più deboli della popolazione, proprio perché più facilmente ricattabili e quindi più facilmente sfruttabili. Ecco perchè oggi prende di mira le lavoratrici, con gli ultimi provvedimenti sull'età pensionabile, con i licenziamenti e la cassa integrazione che colpisce in percentuale specialmente le donne.
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Segue un comunicato dal sito della Fiom (www.fiom.cgil.it)
Donne. Spezia (Fiom): “Allarmanti i dati della Cassa integrazione. Le lavoratrici pagano due volte il prezzo della crisi”
Laura Spezia, segreteria nazionale della Fiom-Cgil, ha rilasciato oggi la seguente dichiarazione. “I dati ufficiali del Coordinamento statistico dell’Inps - come riportati da alcuni organi di informazione - dicono che nel 2008, su un totale di circa 690mila lavoratori messi in Cassa integrazione ordinaria, le donne sono ben 380mila, ovvero più del 55%.”
“Se si considera che nel complesso dell’industria le donne sono soltanto il 28% degli occupati, risulta evidente che sono proprio le donne quelle che pagano il prezzo più pesante della crisi e delle ristrutturazioni aziendali. E anche se si guarda ai dati della Cassa integrazione straordinaria, si vede che il peso delle donne è quasi il doppio rispetto a quello della loro reale presenza nell’industria.
Le lavoratrici, infatti, costituiscono il 41% del totale dei lavoratori messi in Cassa integrazione straordinaria.”
“L’andamento della Cassa integrazione, che emerge da questi dati Inps, ci preoccupa particolarmente in una fase come questa in cui sta drammaticamente esplodendo la crisi nel comparto degli elettrodomestici, cioè in un comparto in cui le operaie arrivano a essere anche la maggioranza nei reparti di produzione.”
“Più in generale, questi dati Inps sulla Cassa integrazione sono allarmanti e, purtroppo, confermano quanto abbiamo più volte denunciato: le donne pagano due volte il prezzo della crisi, da un lato, perché sono inserite nei settori e nelle qualifiche più a rischio e, dall’altro, perché, ancora oggi, il loro lavoro è considerato marginale e quindi sono spesso le prime a essere messe in Cassa integrazione, in mobilità o, se precarie, ad essere mandate via dai luoghi di lavoro.”
“Infatti, questi dati corrispondono a una condizione di strutturale discriminazione e precarietà delle donne nell’industria, di cui il comparto metalmeccanico, da un punto di vista occupazionale, rappresenta da solo circa il 50%.
Già nel 2007, dai risultati dell’inchiesta Fiom sulle condizioni di lavoro nel settore metalmeccanico (in cui la presenza femminile è pari al 22%) emergeva una grave condizione di svantaggio delle donne rispetto ai salari, alla precarietà, ai livelli di inquadramento e alle condizioni generali di lavoro.”
Fiom-Cgil/Ufficio Stampa
sabato 8 marzo 2008
8 marzo 2008!! Ma quale festa delle donne?
Nell'8 marzo 2008
Una donna è pagata in media il 20% in meno dei suoi colleghi uomini a parità di requisiti e mansioni. Il doppio carico di lavoro, fuori e dentro casa, limita l'accesso delle donne al salario accessorio, legato alla produttività, agli incentivi, agli straordinari, che costituiscono una fetta sempre più consistente di salario. Incentivare i meccanismi salariali legati alla produttività favorisce l'impoverimento delle donne. E a nulla vale l'ipocrisia di inserire la questione femminile nell'agenda dei governanti e delle burocrazie sindacali per ottenere il miglioramento di questa situazione.
Le donne sono quelle su cui ancora oggi la cultura maschilista, fascista e fondamentalista, assieme all'ipocrisia di quella società laica ancora prigioniera dei propri limiti autoritari e sessisti, esercita l'oppressione più vile, mascherata da buonismo e tolleranza, che nei fatti si traduce con la negazione di pari dignità e ruoli, che affoga nel silenzio della famiglia le violenze più crudeli, che vanno dallo sfruttamento fisico all'asservimento psicologico, in nome di quel bel quadretto di famiglia che vede le donne, madri figlie, trasformate in serve silenziose, farsi carico di tutte le incombenze del lavoro familiare sempre disponibili e sorridenti (solo nella pubblicità).
Le donne muoiono sempre di più fra le pareti domestiche, vittime delle violenze private di uomini che scambiano l'amore con il diritto di proprietà e lo trasformano in violenza troppo spesso tollerata. E uccide più la violenza tra le pareti domestiche che il cancro o gli incidenti stradali.
Ritroviamo ancora oggi politici baciapile genuflessi ai piedi di preti e papi mettere in discussione l'autodeterminazione femminile in nome di una vita "naturale", sacra fin dal suo concepimento. Non solo lor signori benedetti non si fanno scrupoli a inviare truppe a massacrare popolazioni inermi, il tutto con il nome di guerra di "civiltà", ma continuano a mostrare il più sovrano disprezzo per la salute delle donne. Le costringono a estenuanti e costose migrazioni all'estero, in paesi più civili, all'estero se non possono avere figli, vorrebbero tornare a costringerle ad averli quando non se la sentono di portare avanti una gravidanza.
Limitare l'autodeterminazione delle donne non è soltanto mettere in pericolo la salute di centinaia di donne, è negare il diritto di scegliere la maternità, è ancora una volta il tentativo di imporre a tutti un modello culturale e sociale, è il preludio di un più ampio piano di repressione a cui ci vogliono sottoporre.
Lo Stato e la Chiesa chiedono alle donne di fare più figli per ripopolare l'Italia. Si incentiva la politica demografica, ma ovviamente si pensa alle donne italiane, visto che si incolpano le donne migranti di farne troppi. E nonostante questa propaganda sempre più fascisteggiante, non ci sono aiuti sociali, non ci sono asili nido, non c'è lavoro e quando si trova i salari sono da fame.