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sabato 7 aprile 2012

“LA MANIFESTA INSUSSISTENZA” della CGIL

La “magnifica riconquista”, che ripristina un principio di civiltà giuridica, il prevedere la reintegra nel caso di licenziamenti economici insussistenti, su cui è costruita la nota della segreteria della CGIL, parte da questa modifica introdotta nella stesura definitiva del governo sull’art.18: la manifesta insussistenza del licenziamento per motivo economico.

IL gruppo dirigente della CGIL sospende il conflitto in corso sulla base di una valutazione di merito inesistente e sbagliata.

Se prima il reintegro era la regola per i licenziamenti ingiustificati adesso diventa una eccezione, e in più l’onere della prova viene caricato sulle spalle dei lavoratori, e non più sulle spalle del padrone che ti licenzia, la possibilità del reintegro diventa estrema e improbabile.

Proviamo a fare un esempio sul licenziamento economico individuale.

La fase di conciliazione resa obbligatoria è prevista in sede amministrativa (direzione provinciale lavoro), già esiste ma non dà risultati per contenziosi che possono avere come sbocco la illegittimità dell’atto (licenziamento).

La conciliazione può essere fatta anche in sede aziendale, dove viene redatto un verbale di conciliazione firmato dalle parti e dalle organizzazioni di riferimento sindacale e padronale poi depositato presso la direzione provinciale del lavoro,è una prassi comune.

Il passaggio reso obbligatorio in sede amministrativa è già obbligatorio.

Una volta che l’obbligo del tentativo di conciliazione si sia concluso senza esito (fase extragiudiziale) la parola passa al giudice che interviene sui termini del contenzioso.

La fase giudiziale si apre, alla luce della riforma, con la distinzione fra : legittimità per “manifesta insussistenza

e legittimità in quanto tale, il che rende il ruolo del giudice e le garanzie per il lavoratore più incerte e poco praticabili.

IL giudice, che nel nostro esempio è particolarmente volenteroso ed efficiente, non considera “manifestatamente insussistente” la motivazione che – poniamo- l’azienda assume a seguito di una riorganizzazione in corso nell’ambito del settore commerciale, cosa che porta e riduce una tipologia definita di mansioni dove è inquadrato il lavoratore licenziato.

Tuttavia il giudice individua e prende atto del fatto che il lavoratore può essere ricollocato in una diversa mansione o in una diversa unità dell’impresa, avendo cura di verificare di non recare danno alcuno all’attività economica e all’organizzazione dell’impresa stessa.

Sulla base di questo argomento il giudice sentenzia l’illegittimità del provvedimento di licenziamento, per mancanza di una giustificata motivazione.

IL giudice, quindi, non ricorrendo alla “manifesta insussistenza” del motivo portato dall’impresa che fa riferimento ad un processo riorganizzativo in essere ed in corso, non potrà altro che limitarsi al risarcimento sostitutivo (monetizzazione).

Si è così costruito volutamente un modello falso su un aspetto, fondamentale, che regola il rapporto di lavoro e che dà la giusta tutela e la giusta protezione, che spetta al lavoratore di fronte ad un atto illegittimo.

Se un atto viene giudicato illegittimo, si deve ripristinare la situazione precedente all’atto stesso quindi il lavoratore deve, doveva, essere reintegrato. Ma oggi non è più così!!

Ne conseguono due punti: A) drastica riduzione dell’autonomia del giudice; B) le tutele esistenti in termini di leggi che riguardano il campo dell’attività imprenditoriale in sede di sua organizzazione/continuità e quindi in sede economica sono ampie, anche, per intenderci, dove il giudice “non può svolgere”, se non in caso di manifeste violazioni, le sue funzioni sanzionatorie.

Nel rapporto di lavoro è il lavoratore la parte debole che va tutelata: tutto parte da qui, ma oggi si ribalta il tutto.

La CGIL ha fissato per il 19 aprile in suo Comitato Direttivo Nazionale.

La sospensione del conflitto decretata dall’alto va impedita; la FIOM continua gli scioperi, in alcuni territori dove le camere del lavoro hanno deciso modalità e calendari continuano scioperi e manifestazioni.

Le contraddizioni aumentano e non diminuiscono; esse sono all’interno e la CGIL non riesce di colpo a fermare la mobilitazione; tenta di” rimodularla” dall’alto; inoltre i dirigenti che esprimono questa posizione di sostegno alla linea ufficiale sono, o saranno, costretti al rapporto diretto con i lavoratori.

Dura e non breve la battaglia in corso che in tutti i modi ci vede protagonisti non in attesa di eventi. Quello che si crea va agito in termini di conflitto ricomponendo l’unità della classe.

FdCA – Commissione Sindacale

7/4/2012

sabato 3 marzo 2012

5-7 MARZO: ELEZIONI RSU NELLA SCUOLA E NEL PUBBLICO IMPIEGO PORTARE IL SINDACALISMO CONFLITTUALE NEI LUOGHI DI LAVORO

In pochi mesi, dal luglio al dicembre 2011, passando dal governo di destra al governo di techno-Monti, la scuola ed il pubblico impiego sono stati investiti da provvedimenti legislativi che hanno prodotto importanti effetti e drammatiche ripercussioni.
Il pretesto fornito della situazione di attacco ai titoli di stato italiani e dalle pressioni dell'Unione Europea è stato preso al balzo per introdurre profonde modifiche agli organici, alle carriere, ai diritti (salute, pensioni) alla contrattazione, alla spesa pubblica.
Ai 150000 posti di lavoro già tagliati nel pubblico impiego, la Legge 11 del 15 luglio 2011 ha aggiunto tagli di 30 milioni di euro per il 2013, di 740 milioni per il 2014, di 340 milioni per il 2015 e di 370 milioni per il 2016. Nella stessa legge viene prorogato al 31 dicembre 2014 il blocco dei trattamenti economici dei dipendenti (quindi blocco della contrattazione nazionale e degli aumenti stipendiali) e si introduce (art.37) un contributo dissuasivo per l'iscrizione a ruolo delle cause a carico del lavoratore che intendesse adire le vie legali contro l'amministrazione. Restrizioni anche sui permessi per malattia.
Per quanto riguarda la scuola, questa legge ha introdotto i mega-istituti fino a 1000 alunni, il blocco degli organici -anche di sostegno ai disabili-, la mobilità obbligatoria per il personale inidoneo. Anche per la scuola, dunque, ulteriori contrazioni che insistono su una situazione di impoverimento provocata dal taglio di 130000 posti operata nel triennio di ministero Gelmini. La stessa Legge del 12 luglio 2011aveva umiliato ancora una volta i precari, eliminando la trsaformazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato dopo 36 mesi di contratti e tempo determinato e stabilendo l'aggiornamento delle graduatorie a esaurimento ogni 3 anni, mentre il piano triennale di assunzioni viene finanziato con la modifica strutturale della carriera, costringendo i nuovi assunti ad 8 anni di permanenza nel primo gradone retributivo con riduzione dello stipendio ed allungamento della carriera.
Il colpo di coda del moribondo governo Berlusconi giunge con la legge 148 del 14 settembre 2011, quella che contiene il famigerato art. 8 sulla struttura ed i contenuti della contrattazione collettiva (libertà di licenziamento ed attacco all'art.18 dello Statuto dei Lavoratori), quella che interviene sul sistema pensionistico dei lavoratori pubblici; che prevede la piena attuazione della Riforma Brunetta (taglio degli stipendi, decurtazione del salario accessorio per il 75% dei dipendenti ed introduzione della meritocrazia per gli incentivi, blocco del turn-over, mobilità obbligatoria e messa a disposizione [una sorta di cassa integrazione] per il personale con conseguente riduzione salariale, cancellazione delle "piante organiche"). Insomma futuri licenziamenti anche nel pubblico impiego.
Ma la legge 201 del 6 dicembre, emanata dal governo Monti porta il colpo definitivo al sistema pensionistico con allungamento dell'età pensionabile e sistema contributivo per tutti e si aumentano le tasse sul lavoro e sui redditi più bassi.
In questo contesto si va al rinnovo delle RSU nella scuola e nel Pubblico Impiego, dopo rinvii durati anni in cui il potere del ceto dirigente è stato aumentato a dismisura per capacità sanzionatoria e di controllo.
In questi ultimi anni e nel 2011 in particolare, abbiamo visto spesso i vertici sindacali confederali incapaci di contrastare le politiche del governo Berlusconi e del governo Monti ed ancor peggio trovarsi spesso in posizione subalterna, se non complice e collaborativa, vuoi per scelte da "sindacato aziendale" proprie di CISL e UIL, vuoi per scelte di rinuncia al conflitto da parte della CGIL nella speranza di uscire dall'angolo dove era stata messa dagli accordi separati e dalla fine della concertazione.
Spesso, unico presidio di difesa dei lavoratori sono state le azioni legali intraprese dai sindacati di base presenti con proprie rsu nella scuola e nel pubblico impiego, pur in una galassia di sigle estremamente frammentata e minoritaria. E' il caso di ricordare le campagne per il diritto d'assemblea indetto da singola rsu, per il pagamento della vacanza contrattuale non corrisposta, per il riconoscimento della carriera del personale ATA transitato dagli enti locali allo Stato, fino all'esposto contro la legislazione sul permesso per malattia, oltre alle singole lotte nei vari uffici e scuole e nella spesso estenuante contrattazione decentrata.
Senza farsi soverchie illusioni sul ruolo delle rsu, i cui ambiti di azione erano stati fortemente ridimensionati già negli ultimi contratti nazionali, queste elezioni offrono una possibilità di risposta capillare e dal basso ai provvedimenti governativi sostenendo lavoratori e lavoratrici che si candidino per dare voce e rappresentanza alla rabbia ed al desiderio di reazione ad una situazione pesante ed oppressiva in ogni luogo di lavoro.
Che siano lavoratori e lavoratrici vicini ai loro colleghi ed alle loro colleghe, che convochino e consultino le assemblee sindacali prima di predisporre una piattaforma contrattuale e tornino a consultare i lavoratori ogni volta che occorre, imponendo questa prassi ad eventuali altri rappresentanti sindacali abituati a praticare gli accordi al vertice.
Che siano lavoratori e lavoratrici dentro il flusso di informazione, di denuncia, di mobilitazione che attraversa sempre di più il mondo del pubblico impiego sotto attacco; che sappiano promuovere comitati di lavoratori per arricchire la democrazia nei luoghi di lavoro, per proteggersi dalla repressione e dai ricatti.
Che siano promotori di unità tra i lavoratori e sostenitori della capacità di auto-organizzarsi dal basso per essere più forti e rappresentativi, per arginare le spinte individualistiche con la pratica della solidarietà.

Commissione Sindacale FdCA
marzo 2012

martedì 28 febbraio 2012

ATENE IN FIAMME: INCENDIO D’EUROPA

In Grecia il sistema economico speculativo internazionale, diretto
dalla famigerata Troika (BCE – UE – FMI), sta svelando il suo volto
peggiore. “Riforme” sociali e tagli, operati dall’irresponsabile e
collaborazionista governo ellenico, stanno letteralmente affamando una
popolazione chiamata a pagare il conto di una crisi che non ha
prodotto.
La crisi, causata invece dal capitalismo internazionale con l’intento
di difendere i propri privilegi ed il sistema bancario, ha riportato
il Paese ad incubi sociali che si pensavano debellati da decenni:
* licenziamenti di massa
* disoccupazione a livelli stratosferici
* salari e pensioni tagliati di oltre il 50 % dall'oggi al domani
* istituzioni pubbliche e servizi sociali a tutela dei più poveri
e dei più deboli al collasso
* interruzione dell’erogazione dell’elettricità e del gas a
cittadini e strutture pubbliche (ospedali, scuole, ecc.) insolventi
* ricorso sempre più diffuso alle organizzazioni di carità da
parte dei cittadini
* fuga dal Paese di chi può ancora permetterselo, in particolare dei giovani
Tutto questo sostenuto da una brutale repressione poliziesca e da una
propaganda mediatica che va oltre il ridicolo, bollando genericamente
come black - blok migliaia di lavoratori, pensionati, studenti,
casalinghe, che occupano le piazze di Atene, Salonicco e delle
maggiori città greche e che si difendono dagli attacchi delle forze
dell’ordine, le quali utilizzano massicciamente contro di loro anche
gas lacrimogeni vietati dalle convenzioni internazionali.
In questo clima di guerra sociale del Capitale contro le classi
subalterne, l’unica buona notizia è il tentativo, da parte della
popolazione, di autorganizzarsi. Per la prima volta nella storia della
Grecia moderna si cerca infatti di praticare l'autogestione, adottata
su larga scala dalla società civile: in aziende pubbliche, ospedali e
là dove le bollette non si possono pagare, i servizi sono riallacciati
e garantiti da comitati di cittadini.
Quando il Capitale avrà staccato la spina alla Grecia, facendola
precipitare nel medioevo, si dedicherà agli altri Paesi europei non
“virtuosi”. La lista nera è già pronta: Irlanda, Portogallo, Spagna,
Italia…
La Grecia è oggi quello che potrebbe diventare l’Italia domani!
E’ ormai evidente che per uscire dalla situazione di continua crisi
economica che caratterizza i nostri tempi occorre superare questo modo
di produzione, che tutto divora per preservare se stesso. Non saranno
lo stucchevole gioco delle alternanze di governo, né le grandi
coalizioni, né i governi tecnici all’interno di queste compatibilità
economiche, né improbabili e sinistri ritorni di fiamma nazionalistici
a risolvere i problemi. Solo la crescita di un’ opposizione sociale
di massa a livello europeo sarà in grado di far pagare la crisi a chi
l’ha creata e di indicare la strada verso l’emancipazione dal Capitale
e dalla sua finanza.
Sosteniamo il popolo greco in lotta e auspichiamo per la Grecia e per
tutti i Paesi un futuro di libertà, con un' economia al servizio degli
esseri umani e non degli speculatori.
Esigiamo l'immediata scarcerazione di tutti gli arrestati durante le
manifestazioni e la cessazione di ogni forma di repressione da parte
delle forze di polizia.

assunto come OdG dall' 81 Consiglio dei Delegati della FdCA - 26 febbraio 2012

lunedì 27 febbraio 2012

Doc. finale dell’81° Consiglio dei Delegati della Federazione dei Comunisti Anarchici

LA NUOVA EPOCA AUTORITARIA

Stiamo assistendo ad una delle più grandi trasformazioni che il
capitalismo ha nella sua ormai lunga storia elaborato e generato.
Quella che comunemente viene definita come “l’age d’or” del
capitalismo, che va dal 1945 al 1971, e che ha segnato appunto l’epoca
dell’inclusione del proletariato ai processi di accumulazione e di
ridistribuzione della ricchezza , con la necessaria sudditanza dei
sindacati e dei partiti di quella che fu la sinistra , dopo decenni
di asfissiante consociativismo, si può dire conclusa.
Evidente la fine definitiva della dimensione nazionale degli equilibri
del capitale, e quindi anche del compromesso sociale che viene ormai
consegnato alla storia di questa parte del mondo.
Evidente la modificazione degli equilibri di accumulazione del
capitale, che non avviene piùslamente attraverso l’estrazione del
lavoro vivo ma si mantiene mediante l’esproprio di interi popoli, non
più solo nei “paesi terzi” ma ora anche nella (non più) ricca
Europa. E se questo segna la fine dell’egemonia eurocentrica, con i
danni immani che ha creato attraverso lo sfruttamento dei “paesi
terzi,” mettendone in crisi per decenni la capacità di sviluppare una
qualsiasi dimensione sociale, non significa la fine del razzismo ma
il suo spostamento sulle dinamiche securitarie interne, non significa
la fine dello sfruttamento ma lo spostamento geografico degli
equilibri economici.
Evidente la tendenza all’esautorazione della democrazia, mantenendone
in piedi simulacri che nascondono appena rapporti sociale autoritari
che permettano alle elite di comando borghese di esercitare
coercizione attraverso il monopolio statale della violenza.
E in particolare in Italia il governo Monti ha avviato un processo,
già maturo in altre parti di Europa, che induce profonde
trasformazioni strutturali mediante l'uso eversivo della legislazione
ordinaria, con pesanti ricadute sul piano di diritti, del welfare,
della agibilità sindacale, sancendo di fatto la fine della
concertazione e aprendo le porte all'aziendalismo più sfrenato.
Evidente la disintegrazione sociale a causa della fuoriuscita
repentina dai sistemi di Welfare, con conseguente disastrose sul
proletariato: la povertà diffusa che ci accompagnerà per qualche
decennio, causa del ripristinato dominio di classe del grande
capitale.
Sempre più minacciosa la tentazione al ritorno della guerra su grande
scala nel più classico ruolo dell’imperialismo.
Di fronte a scenari simili il nostro compito, quello dei comunisti
anarchici e dei rivoluzionari è quello di non lasciare nulla di
intentato, dalla partecipazione alle esperienze sindacali conflittuali
a tutte quelle esperienze di classe che attraverso la ricomposizione
del mondo precario, ma non solo, si stanno affacciando sulla scena
sociale, e con le quali è indispensabile formalizzare interventi
comuni, arrivare alla definizione di aree politico economiche con le
quali sviluppare il più profondamente possibile le risposte di classe,
in un contesto federale.
E’ necessario che aree omogenee , sia dal punto di vista produttivo
che politico possano analizzare le proprie realtà per un approccio più
diretto a contrastarne le strutture di comando locali.
Dovremo impegnarci a ragionare sul collegamento tra i grandi ed i
piccoli sistemi di dominio politico e sfruttamento economico ed a
rispondere alle violenze del capitale a livello locale, nazionale ed
internazionale. Il ricorso al localismo per individuare gli anelli
della catena di comando non deve in nessun caso farci sfuggire
l’obiettivo generale della lotta al capitale ed allo Stato.
Tutte le esperienze di base che vedono il coinvolgimento dei compagni
in modo diretto sul livello del consumo, attraverso forme solidali, o
di recupero parziale , come la campagna per l’acqua pubblica, di beni
collettivi sottratti alla speculazione finanziaria, sono
indispensabili ma non sufficienti. Indispensabili sia perché creano
forme autorganizzate di resistenza e sopravvivenza e sia perché
sviluppano sperimentazione di condivisione e autogestione delle
risorse ma non sufficienti se non vengono collegate ad un comune
intento di superamento globale dell’attuale sistema economico.
Il nostro compito resta quello di lavorare per una società comunista e
libertaria, e sappiamo bene che non basterà invocarla nei nostri
scritti perché ciò si avveri, non sarà un mantra che distruggerà il
capitalismo e lo Stato, ma l’azione di uomini e di donne che
riusciranno ad immaginarsi una uscita dalle maceria prodotte, dobbiamo
ripartire, verso la costruzione di una nuova prassi
rivoluzionaria,fatta di idee e di analisi critica dell’esistente
aperta a quanti condividano con noi l’analisi e le finalità
dell’impegno rivoluzionario.
Ripartire dai bisogni, intrecciare la nostra presenza nei bisogni e
nella contraddizione sociale amplificata dalla crisi, partecipare
attivamente alla ricostruzione del movimento anticapitalistico, senza
facili entusiasmi ma con perseveranza e serietà, con la consapevolezza
dei rapporti di forza attuali e con la stessa voglia di sempre di
sovvertirli, coscienti che l’attuale basso livello del conflitto non
può essere sostituito da alcuna pretesa rappresentanza avanguardista.
I tempi saranno necessariamente lunghi, le crepe sistemiche non
bastano a confermare le nostre teorie rivoluzionarie, il capitalismo
non cadrà da se, la società borghese ed il suo sistema di potere non
si arrenderanno spontaneamente, la risposta autoritaria è in atto.
Non servirà dire che lo avevamo previsto se non saremo, tutt*, capaci
di mettere in campo risposte efficaci a contrastare questo percorso.

Fano (PU), 26 febbraio: 81° Consiglio dei Delegati della FdCA

giovedì 26 gennaio 2012

Solidarietà ai compagni ed alle compagne colpite dalla repressione statale

Lo Stato al servizio del Capitalismo e delle mafie prepara la strada alla stoccata decisiva verso lo sfruttamento autoritario e devastatore della Val di Susa.

È in questo senso che va vista l'operazione repressiva attuata in tutta Italia in cui sono stati arrestati numerosi compagni e compagne e molti altri sono stati colpiti da impedimenti giudiziari. Compagni e compagne la cui colpa è stata quella di aver partecipato, nel luglio del 2011, alla difesa della Valle contro la speculazione e la barbarie del profitto.

Uno Stato sempre più fascista che promuove d'autorità misure economiche che affamano le classi sociali più povere e che, dietro spettacolari quanto inutili azioni eroiche della Guardia di Finanza e dell'Agenzia delle Entrate, nasconde la vera natura del nuovo corso tecno-fascista dell'esecutivo italiano: privatizzare i beni comuni, svendere ai privati industrie e proprietà del capitalismo statale, drenare la fiscalità derivante dal lavoro dipendente verso le tasche dei privati col finanziamento di opere devastatrici dell'ambiente e inutili per la collettività. Tale è la TAV.

Guai a opporsi all'appropriazione delle terre da parte di un Capitale occidentale sempre più minacciato dalla concorrenza degli altri pescecani mondiali e quindi sempre più incattivito e bisognoso dell'azione dello Stato e dei suoi sgherri, suoi naturali alleati.

E siccome non è bastata la denigrazione attraverso media e giornali di regime, ad etichettare chi ha partecipato alla lotta, con le solite panzane sui "black bloc", cercando di screditare un movimento reale di resistenza popolare che ha ormai da tempo varcato le soglie del localismo e siccome non sono bastati i manganelli ed i lacrimogeni ad altezza d'uomo, ecco che la repressione della resistenza valsusina acquista un nuovo e più alto livello.

La lotta contro la TAV è un esempio pericoloso di autogestione e autodeterminazione popolare ed allora il messaggio dello Stato è molto chiaro: nessuno può mettere in discussione le decisioni delle oligarchie capitaliste tecniche o politiche che siano, destre o pseudosinistre che siano.

Di fronte a questo ennesimo attacco la nostra risposta è e sarà sempre la stessa.

Continueremo a lottare per difendere i nostri territori dalle mire devastatrici del Capitale, per una società senza sfruttamento, autogestita e orizzontale.

Solidarietà ai compagni ed alle compagne colpite dalla repressione!

Segreteria Nazionale
Federazione dei Comunisti Anarchici

26 gennaio 2012

sabato 14 gennaio 2012

LA LOTTA DEI LAVORATORI DELLA FINCANTIERI CONTRO LICENZIAMENTI E CHIUSURA DI CANTIERI

La lotta dei lavoratori dei cantieri di SESTRI PONENTE e di PALERMO in
corso dallo scorso giugno (presentazione del Piano Bono), che è
culminata con la
recente occupazione del'aeroporto di Genova da parte degli operai e
che si sta svolgendo ancora in queste ore con scioperi e blocchi
stradali, ha per ora
ottenuto una convocazione a Roma.
L'incontro con il Governo, rappresentato dal ministro Passera, non
solo non ha dato risposte certe e garanzie alle migliaia di lavoratori
in
procinto di andare in cassa integrazione, tra i quali diverse
centinaia (a Genova e Castellammare di Stabia), con la prospettiva di
non poter tornare più al
lavoro per la chiusura defnitiva degli stabilimenti, ma non ha nemmeno
rilanciato la proposta di una ripartizione dl lavoro tra cantieri (già
praticata in passato senza problemi), che consentirebbe la
sopravvivenza di quelli a rischio chiusura fino a nuove commesse.
E ai dipendenti fincantieri a rischio vanno aggiunti altrettanti
lavoratori di ditte appaltatrici, che anzi in alcuni cantieri li
superano per numero.

L'accordo separato firmato il 22 dicembre scorso dai sindacati
complici Fim-Cisl,Uilm-Uil, CISAL, UGL è stato a suo tempo appreso
direttamente dai giornali dai lavoratori che sono stati tenuti tenuti
all’oscuro della trattativa
Altro che chiedere il loro parere su un accordo che prevede fra
l’altro 1243 licenziamenti diretti.
Siamo già al secondo tentativo di chiudere la partita con l’ obiettivo
di un forte ridimensionamento del gruppo e con un alto numero di
licenziamenti
Ma la novità questa volta è stata l’entrata in campo di un accordo
separato fatto con i sindacati che ci stavano:
la Fiat fa scuola ed il Governo dimostra di voler accelerare nelle sue
poltiche di diradamento del tessuto produttivo italiano, consentendo
delocalizzazoni e dismissoni.
Chi si attendeva da Monti, dopo le lacrime ed il sangue, le "misure
per la crescita" tanto evocate, ora è servito.
Che crescita ci potrà mai essere in un Paese che chiude le sue
fabbriche e licenzia i lavoratori? Questo l'hanno capito bene i
cittadini ed i lavoratori delle
altre industrie genovesi e palermitane che i quesi giorni, in queste
ore, solidarizzano apertamente con gli operai di Fincantieri in lotta.
Le iniziative di lotta dei lavoratori, che hanno portato ad una prima
convocazione delle parti al ministero, continuano tra proclamazione
di assemblee, scioperi, picchetti (una nave quasi ultimata è ancora
bloccata dagli operai nel cantiere di Sestri Ponente) e continueranno
per rendere non operativo il piano scaturito dall’accordo separato,
per aprire lo spazio per una vera
trattativa sul futuro di tutti i cantieri del gruppo.
Ma c'è bisogno del sostegno di tutti, per ricostruire e difendere la
centralità del lavoro e dei diritti dei lavoratori

SOSTENIAMO LA LOTTA DEI LAVORATORI DEI CANTIERI NAVALI
Commissione Sindacale FdCA - gennaio 2012
________________________________________

sabato 3 dicembre 2011

ASPETTANDO IL CIGNO NERO?

La Fed, Federal Reserve, banca centrale degli Stati Uniti, funziona come centro nevralgico del sistema finanziario e commerciale mondiale, essendo il dollaro la moneta dei pagamenti internazionali (65% del totale).
Quindi, per avere dollari tutte le banche del mondo devono rivolgersi alla banca USA. Infatti ne tengono una riserva presso la sede centrale.
Nel 2008 le banche USA detenevano 600 miliardi di dollari, quelle europee 200 miliardi; poi nel mese di agosto 2011 il deposito delle banche europee è arrivato a 750 miliardi, una liquidità eccessiva solo per le trattative commerciali.
Sempre ad agosto, mentre si dibatteva sul default del debito statale USA, la Fed annuncia un problema di liquidità in alcune banche europee e qui iniziano i rimbalzi degli spread e delle borse in Europa.

Abitualmente questi problemi si risolvono nel silenzio tombale dei centri bancari e si evidenziano mesi dopo la fine dell'indagine. Infatti solo da poche settimane si conosce il dato dell'intervento della Fed come sostegno di liquidità successivo all'implosione del 2009 e al crollo delle economie: si tratta di 16.000 miliardi di dollari in prestiti ad istituzioni finanziarie dal 2007 al 2010 (vedi rapporto del GAO [1]; quindi Fed come prestatore in ultima istanza di moneta da restituire a scadenza, fonte a cui hanno fatto ricorso certe banche europee, inclusa anche l'italiana Unicredit per quasi 2 anni.

Dunquel'annuncio della Fed serviva per distrarre l'attenzione dagli USA all'Europa, mentre in USA si mettevano a punto interventi ufficiali di immissione di liquidità per 2200 miliardi di dollari di QE [2] dal 2009 al 2011; di 700 miliardi dollari del programma governativo TARP [3] per l'acquisto di titoli; oltre ai 400 miliardi dell'operazione TWIST [4] sui bond a lunga scadenza.

L'effetto domino si è così spostato in Europa, dove le incertezze politiche stanno creando una situazione di difficile soluzione, che potrebbe evolversi in scenari imprevisti, semplicemente per mancanza di tempismo nelle soluzioni della governance europea; principalmente la signora Merkel.

Le insufficenze della BCE [5] impediscono le attività tipiche di una struttura il cui ruolo è quello di intervenire in emergenza, godendo di un potere "feudale", cioè arbitrario e insindacabile perchè non obbligata a norme di contabilità: il potere di stampare moneta, semplicemente di immettere liquidità nuova per sostenere il sistema delle banche o i titoli dello stato e solo in successive fasi ripristinare una massa di liquidità inferiore.

In rischio c'è l'inflazione dei prezzi che, però, in una situazione deflattiva funziona da controtendenza. Altra soluzione indiretta sta nel sostegno al sistema bancario a cui i prestiti, la liquidità, vengono concessi contro titoli come collaterali che servono da garanzia (financo i BTPj [6]).
Ma in questo momento la "liquidità scarseggia", il che non significa che non ci siano soldi/risparmi, ma semplicemente questi smettono di circolare e vengono tesaurizzati, anche presso la stessa BCE, al tasso dello 0,7% (circa 235 miliardi), mentre le banche smettono di far circolare prestiti non fidandosi che vengano rimborsati dalle banche a cui fare credito.

Anzi, grazie alla ricapitalizzazione decisa da EBA [7], si assiste alla vendità di investimenti per fare cassa. Quindi, il 30 novembre, la Fed -con l'accordo di altre banche centrali- ha garantito di dare prestiti in dollari a tassi bassissimi ed a breve(3 mesi), legati al commercio mondiale, per evitare che si innestasse l'effetto domino in cui le banche europee, per fare cassa, si mettono a vendere assets degli USA, spostando quindi lì il problema.

Nel mentre, in Cina si abbassa il tasso di sconto e si diminuisce la riserva detenuta dalle banche sui prestiti, anche se i prestiti nell'area sono solo 3 volte le riserve e quindi il rischio sgonfiamento della bolla non avrebbe gli effetti che ha in altre aree; anche se un rallentamento del PIL al 9% potrebbe essere causa di problemi economici per un paese che per realizzare l'utilizzo degli investimenti e per soddisfare il mercato del lavoro deve crescere a ritmi maggiormente elevati, altrimenti maturerebbero conflitti sociali di maggior estensione.
La crisi finanziaria si manifesta come epifenomeno di problemi della sfera "reale", ma spesso anticipandoli nel ciclo economico futuro; quindi gli spasmi borsistici e del debito si legano alla consapevolezza che la produzione sta rallentando e che -nelle previsioni di un PIL calante o in recessione- i profitti futuri sono in forse.

Quindi la concorrenza diventa spietata nel presente anche per trovare nicchie su cui lucrare immediatamente, spesso costruendo profitti nelle oscillazioni dei trend borsistici in cui si entra e da cui si esce a giorni alterni; oppure nelle fluttuazioni dei titoli di stato il cui rendimento futuro si va a costruire oggi. Sempre che non si verifichi il "cigno nero" [8], l'imprevisto che nessuno vuole, ma che l'inezia costruisce.

3 dicembre 2011 Ufficio Studi - FdCA

[1] GAO: Government Accountability Office, agenzia di verifica contabile del Congresso degli Stati Uniti
[2]QE: Quantitative Easing, una delle modalità con cui avviene la creazione di moneta da parte della banca centrale e la sua iniezione, con operazioni di mercato aperto, nel sistema finanziario ed economico; gli USA ne hanno fatti 2 in 3 anni (1600 mld + 600 mld)
[3]TARP: Troubled Asset Refief Program
[4]TWIST: da twisting of funds (spostamento di fondi), operazione della Fed
(5]BCE: Banca Europea
Centrale
[6]BTPj: unico tipo di BTP ad essere indicizzato ed ad essere usato come collaterale
[7]Europan Banking Authority, costituita dal Parlamento Europeo nel 2010
[8]cigno nero: colore dei cigni in Australia che suscitano stupore ai tempi

lunedì 14 novembre 2011

E' finito il neoliberismo? Tutti a casa?

Decenni di sciaugurato neoliberismo stanno presentando il conto alle
economie occidentali.
Decenni di tagli ai salari, di privatizzazioni, di tagli ai servizi
pubblici, di spostamento della ricchezza dalla produzione alla finanza
stanno presentando il conto agli stati.
Per decenni è stata raccontata la favola che il mercato arricchissse
tutti,che tutti si potessero permettere tutto, che la Borsa, novello
albero degli zecchini, fosse lo strumento giusto per permetterci una
serena vecchiaia dopo una vita lavorativa precaria.
E in questi decenni l'accumulazione capitalistica è stata sempre più
rapida e vorace, ha rosicchiato profitti ovunque, ha minato tutele, ha
messo le mani sui beni comuni, la ricchezza si è sempre più
concentrata,la forbice si è allargata, sempre meno persone hanno
sempre di più, sempre più persone hanno sempre di meno. Meno reddito,
meno diritti, meno lavoro.
E adesso che sta arrivando il conto, rispuntano gli Stati. Chiamati a
rispondere del proprio debito pubblico, chiamati a sostenere le
banche, sistemiche o no, chiamati a far ingoiare, a forza se
necessario, ai propri cittadini
misure draconiane invocate necessarie per la stabilità dei mercati
(ma i mercati stabili non guadagnano, i mercati per essere stabili
devono crescere). E se i politici locali non sono abbastanza bravi, la
finanza presta alla politica direttamente i propri uomini,
Inutile ergersi tutti a esperti finanziari e affannarsi a trovare la
cura per salvare il capitalismo da se stesso: il capitalismo si
salverà, a spese nostre nelle sue intenzioni, e alla fine della crisi
la forbice sarà ancora più larga. Si salverà se la BCE inietterà
liquidità per salvare le banche e rassicurare i mercati, si salverà se
la Grecia e magari l'Italia andranno in default, controllato o meno,
se ridurranno parzialmente i debiti o se usciranno dall'euro e
ricomiceranno a battere moneta sovrana.
I costi di tutte queste operazioni saranno pagati da tutti noi, da chi
lavora, dagli studenti, dai migranti, dall'anello debole di questa
catena che non sarà mai forte finchè non la spezzerà.
Siamo noi a doverci salvare, a difenderci dall'esproprio capitalistico
e da una politica, forte dei propri interessi, sempre disposta a
difendere i forti contro i deboli, i ricchi contro i poveri.
Dobbiamo dire che i soldi ci sono, bisogna andarli a prendere a chi ce
li ha, e poi bisogna darli non alle banche, ma ai lavoratori e ai
disoccupati, che scuola, sanità, ambiente vanno potenziati e non
finiti di distruggere, che i tagli sono necessari, si, ma nelle fasce
alte delle gerarchie, che sono i dirigenti, i manager, i politici, che
sono coloro che hanno coscientemente guidato questa situazione, e non
nelle fasce più basse, a colpire quelli che continuano a salvare il
salvabile, a far funzionare la baracca, a garantire i servizi minimi.
Ricette troppo semplici? Forse, ma noi anarchici sappiamo che non sarà
lo Stato a difenderci dal Capitale, sappiamo che solo
l’autorganizzazione e la lotta possono cambiare quello che sembra un
destino ineludibile, il baratro della miseria che poi è semplicemente
il baratro dell’ingiustizia, e invertire questa nefasta spirale con
le armi della solidarietà e dei diritti.

14 novembre 2011

Segreteria Nazionale della Federazione dei Comunisti Anarchici

venerdì 30 settembre 2011

80° Consiglio dei Delegati della FdCA - Ordine del giorno

80° Consiglio dei Delegati della FdCA

Fano, 25 settembre 2011

presso locali FdCA, Piazza Capuana

Ordine del giorno

Rapina a mano armata

Il debito fa paura. Lo spread terrorizza. Le manovre del governo contano su questo effetto da panico per poter più agevolmente trasferire ricchezza dalle tasche dei lavoratori a quelle di banchieri ed investitori istituzionali, con la scusa di un debito da pagare. La rapina in atto è su grande scala: blocco dei contratti, intervento di cassa sulle pensioni e sulle liquidazioni, possibilità di licenziamento, contrazione salariale, tagli ai servizi pubblici e quindi privatizzazioni e liberalizzazioni, depredazione del territorio e delle sue risorse... un esproprio di decine di miliardi di euro, di enorme liquidità, che viene effettuato sui redditi dei lavoratori e delle lavoratrici, dipendenti e subordinati. Milioni di persone a cui si sta togliendo ogni autonomia ed indipendenza economica, a cui si sta negando ogni possibilità di costruirsi un futuro o di vivere una dignitosa vecchiaia, a cui si sta impedendo ogni capacità di mobilitazione e di lotta perché subordinata al ricatto della precarietà, persone che si vuol costringere a rivolgersi alle banche per diventare dipendenti di un meccanismo infernale di indebitamento.

Un popolo di lavoratori consegnati alla dittatura dei patti di stabilità europei, al diktat delle manovre anti-crisi che finiscono solo per alimentare la crisi, alla penuria di reddito e di risorse.

Rapinati e messi sotto sorveglianza. Se ci si prova a reagire opponendosi, allora la rapina diventa a mano armata e lo Stato schiera le sue forze... armate di tutto punto. Derubati e mazziati.

Tutti gli appuntamenti che preludono alla giornata di protesta del 15 ottobre, ed oltre, e la loro preparazione nei vari territori sono ora le occasioni opportune per rilanciare un movimento sociale di lotta ed un progetto di alternativa sociale. Nel mondo del lavoro, occorre ripristinare la contrattazione del pubblico impiego, abrogare l'art.8 sui licenziamenti, restituire il diritto al TFR ed alla pensione di anzianità, riaprire una stagione contrattuale che chieda aumenti salariali generalizzati, restituire diritti e tutele sindacali ai lavoratori nei posti di lavoro, la disapplicazione dell'accordo del 28 giugno tra sindacati e Confindustria. Nel territorio occorre far applicare gli esiti del referendum dello scorso giugno, sviluppare campagne e lotte per il mantenimento dei servizi sociali, per il diritto alla casa, per affitti più bassi, contro gabelle ed aumenti di tariffe, riportare sotto il controllo pubblico servizi già privatizzati o esternalizzati, sperimentare e praticare nuovi modelli di sviluppo eco solidaristico.

Ma tutto questo ha bisogno di una ripresa generalizzata della capacità di mobilitazione dal basso nell'immediato; della capacità di costruire unità e federabilità delle lotte con prassi organizzativa e propositiva libertaria e orizzontale, nel medio periodo; di un progetto di alternativa sociale sostenuto da organismi di base e di massa indipendenti e con obiettivi di classe solidaristici, propugnato da una nuova sinistra, socialista e libertaria, comunista e anarchica.

Per queste ragioni la FdCA sostiene questi appuntamenti, il loro percorso preparatorio nei vari territori e la loro auspicabile futura radicalizzazione anche grazie al contributo dei militanti anarchici, libertari e di classe.

Consiglio dei Delegati
Federazione dei Comunisti Anarchici

Fano, 25 settembre 2011

80° Consiglio dei Delegati della FdCA - documento finale

80° Consiglio dei Delegati della FdCA

Fano, 25 settembre 2011

presso locali FdCA, Piazza Capuana

Documento finale

La nuova sindrome cinese:
liberismo ed autoritarismo in salsa nostrana

La crisi finanziaria e la crisi di accumulazione che il capitalismo atlantico si trova ad affrontare si può far risalire, seppur schematicamente ad una crisi di sovrapproduzione di merci e di capitale.

Questa da una parte ha determinato la crescita della finanziarizzazione e dell'impiego di capitali a più alto tasso di rendimento in paesi ed in luoghi che non fossero soggetti a vincoli sociali ed ambientali, rendendo autonomia a quelle borghesie di continenti prima assoggettate al capitale atlantico, ed oggi in grado, come la Cina, di determinare politiche industriali e finanziarie e di acquisire un ruolo sempre più egemone a livello mondiale.

Dall'altra parte la crisi ha comportato una progressiva perdita di importanza economica dell'Europa come catalizzatore di flussi di capitali e di merci, e, come nel caso della succitata Cina, la maggior acquisizione di peso di altre aree geografiche. In Europa, la conseguente diminuzione di crescita economica e di ricchezza prodotta, ha comportato l'inasprimento della lotta di classe intorno alla distribuzione del reddito. In queste fasi critiche, contrassegnate da una diminuzione delle risorse disponibili, l'elemento determinante nella definizione delle scelte politiche ed economiche della società capitalista, e cioè i rapporti di forza tra le varie classi economiche, acquisisce ancor più maggiore rilevanza.

In piena espansione della bolla finanziaria abbiamo assistito agli Stati che corrono in soccorso del Capitale finanziario accollandosi i cosiddetti titoli tossici, mentre i lavoratori che sono stati ingannati dalle sirene degli investimenti e della speculazione finanziaria sono rimasti con un palmo di mano, così come successe per i bond argentini.

La banca europea ha concesso prestiti alle banche private a basso costo, le quali a loro volta hanno reinvestito in forme di finanziarizzazione degli Stati a tassi molto più elevati.

In questo modo gli Stati sono divenuti i principali debitori delle banche private, le quali, preoccupate che questi non falliscano, impongono - attraverso i comandamenti della BCE - loro politiche restrittive nei confronti del welfare e della spesa pubblica.

È un circolo vizioso, in cui le politiche keynesiane, che in parte potrebbero ritardare gli effetti della crisi, non sono all'ordine del giorno.

Il settore dell'economia reale, da cui comunque è partita la crisi finanziaria, ne subisce gli effetti più pesanti con un erosione delle plusvalenze. Ma il sistema per continuare a funzionare ha bisogno di garantire a chi investe, cioè ai capitalisti, sempre il suo margine di profitto.

È qui che si innesca l'inevitabile conflitto tra Capitale e Lavoro, di cui ne abbiamo un esempio in quello che è successo alla FIAT, con il modello Marchionne che ha fatto da apripista per il nuovo corso contenuto anche nell'ultima manovra finanziaria, a ridisegnare i rapporti sindacali scaricando sulla pelle dei lavoratori i costi della crisi, e con la benedizione di tutto un ceto politico, che va dal Partito Democratico agli uomini del Governo Berlusconi e che, per bocca di Sacconi e dei media complici, già intravedeva nel prossimo futuro rapporti aziendali dove sia per sempre bandita la possibilità dei lavoratori ad organizzarsi collettivamente per contrattare la propria condizione ed il proprio salario.

Proprio dal punto di vista dei rapporti di forza, all'interno di questo scenario, registriamo in Italia una grande debolezza delle classi subalterne ad iniziare dalla classe lavoratrice.

Sono caduti uno ad uno i pilastri della sicurezza sociale che nel secolo scorso ed in decenni di lotta la classe proletaria era riuscita a darsi ed a costruire negli anni, dai partiti di massa alle organizzazioni sindacali, che, trasformandosi nel tempo hanno garantito, soprattutto all'interno dei propri stati nazione un contratto sociale che permetteva una redistribuzione della ricchezza a favore delle classi popolari, e dove le borghesie nazionali, in un periodo di espansione capitalista, accettavano che le conquiste della classe operaia smussassero ogni antagonismo rivoluzionario. Ma ora, ridotti i margini delle plusvalenze, tutto ciò non è più possibile. La lotta per la distribuzione delle ricchezze prodotte si inasprisce e chi è più debole soccombe.

Anche grazie alla debolezza e all'inadeguatezza delle storiche rappresentanze politiche e sindacali di classe, dal completo asservimento dei sindacati di servizio CISL, UIL e UGL, alla completa subalternità della CGIL, il cui gruppo dirigente, Camusso in testa, è impegnato a comprimere la spinta alla generalizzazione del conflitto che viene non solo dalla classe operaia, ma anche da altri settori della società reale, del lavoro e del non lavoro. Una subalternità che trova linfa nei riti che puntano alla salvaguardia della burocrazia sindacale e nello squallido legame tra buona parte di questa e il Partito Democratico.

Ma anche all'interno della parte più conflittuale della CGIL, la FIOM, ci sono resistenze alla generalizzazione del conflitto, nonostante l'importante ruolo svolto come catalizzatore del fronte sociale.

D'altra parte pezzi di sindacalismo di base, nel tentativo di acquisire visibilità, sono spesso bloccati da sterili operazioni di salvaguardia delle proprie sigle di appartenenza, dimenticando troppo spesso che il primo fine sarebbe quello di unificare le lotte dei lavoratori che loro stessi rappresentano e, mettendo per prima la rappresentanza rispetto ai rappresentati, finiscono spesso nel non riuscire a catalizzare le espressioni di conflitto che provengono dalla naturale lotta delle classi.

Tutto questo mentre nella società reale la crisi sta producendo ondate di indignazione e di lotta in tutti i paesi del mondo, dove giovani e non solo, al di fuori delle classiche forme organizzative, stanno riscoprendo in una dimensione collettiva la propria capacità di lotta.

Un conflitto attualmente ancorato ad un rapporto politico- istituzionale, ma che presto si renderà conto dell'impossibilità di un percorso istituzionale, non perché le oligarchie al potere ne osteggeranno l'avanzamento, ma perché è appunto impossibile ridefinire ruoli di trattativa con un capitale che deve salvare se stesso. E se il pericolo è che le lotte espresse in questo periodo e quelle che verranno siano dirottate dai vertici burocratici, in vista di una probabile futura crisi politica, verso le viscide e sterili paludi dell'elettoralismo, e che tutta questa espressione del conflitto diventi linfa per le future beghe elettorali di ciò che rimane della sinistra, perché questa è la fine a cui abbiamo assistito troppe volte negli ultimi tempi, il movimento che sta emergendo sembra avere in nuce assorbito l'ossatura pratico-teorica di nuove forme organizzative autogestionarie all'interno della società reale. Nonostante l'elitarismo e la debolezza politica di buona parte della galassia anarchica incapace di influenzare questi moti spontanei, e di renderla cosciente della sua componente libertaria e di classe, di cui questo movimento sembra raccogliere prassi sedimentate. Nelle parole d'ordine e nelle pratiche che dovranno essere capaci di contrastare, all'interno di ogni paese, la nuova tendenza del capitalismo mondiale, permeata su una sintesi tra liberismo economico e autoritarismo politico, con il modello di sviluppo cinese a fare scuola col suo cocktail di centralismo politico e liberismo economico, e dove sono i grandi investitori finanziari e le banche centrali a determinare le scelte politiche degli Stati.

Infatti l'orientamento delle oligarchie politiche è quello che, all'interno delle mura statali, restringe progressivamente gli spazi democratici concentrando il potere politico, applica politiche antisociali erodendo le risorse prima destinate alle classi più povere, smantella i beni comuni svendendoli al capitale privato. Così come in Italia, dove una classe politica legata alla parte più corrotta e parassitaria del capitalismo, oltre a blindare i privilegi dei faccendieri finanziari e degli evasori plurirecidivi, nel tentativo di riacquistare la fiducia dei partner europei e degli investitori esteri, ma ovviamente incapace di generare scelte che andrebbero contro i loro stessi interessi, partorisce una manovra che colpisce direttamente le classi sociali più povere, una manovra oltretutto depressiva anche dal punto di vista della crescita capitalista perché riduce la capacità di consumo della società.

Una manovra che dà la svolta definitiva alla cancellazione del contratto nazionale del lavoro, che dà via libera alla libertà di licenziamento, all'impossibilità di opporsi, anche per via legislativa, al peggioramento delle condizioni di lavoro e di salario, che taglia le pensioni dei lavoratori e delle lavoratrici e ne innalza l'età di accesso e che in definitiva spazzerà via diritti e tutele conquistati in decenni di lotte operaie.

All'esterno la tendenza neoautoritaria del capitale a livello internazionale, con la lotta per la spartizione delle risorse energetiche ed economiche produce conflitti armati a bassa intensità.

E, in una sorta di perenne riproduzione dell'appropriazione originaria, ne fanno le spese le popolazioni dei paesi più poveri, rapinati delle loro risorse naturali, usati come discarica dei paesi ricchi, privati delle loro libertà decisionali.

E nella ridefinizione delle aree d'influenza, il capitale, nella sua perenne guerra ha trasformato in miti soldati i ceti popolari dei paesi più ricchi, ridottisi a difendere il proprio capitale e quindi la propria borghesia.

In questo scenario è estremamente probabile che in Europa il conflitto tra lavoratori, disoccupati e diseredati da una parte e il capitale e lo Stato dall'altra aumenterà progressivamente, come d'altronde hanno dimostrato non solo il variegato movimento degli "indignati", ma anche le forme meno politiche come la risposta dei senza potere inglesi, al dominio del mercato ed alla mercificazione delle proprie vite, che peraltro valgono sempre meno.

Molto probabilmente questo sarà lo scenario diffuso nell'Europa dei prossimi mesi, ed in particolare in Italia, dove la compressione sociale sta raggiungendo limiti insopportabili.

Dall'altra parte ci immaginiamo già giornalai di corte e sociologi prezzolati ad accorrere in soccorso del potere tanto bistrattato, schiere di politicanti mafiosi e venduti, sindacati complici che hanno scelto di stare dall'altra parte della barricata, ed hanno scelto la criminalizzazione di ogni risposta di classe prima ancora che questa si manifesti.

In questo scenario di ridefinizione dei rapporti sociali a tutto vantaggio del capitale, ogni pratica democratico parlamentare è del tutto insufficiente perché serve a perpetuare il grande inganno. Ogni strada che un tempo si sarebbe detta riformista ci è preclusa. Di fronte ad un capitale ed un potere statale che mai come oggi si fanno così minacciosi servono risposte di lotta a livello territoriale e sui posti di lavoro, serve un fronte unico del sindacalismo conflittuale, che sappia promuovere ed unire la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici su una piattaforma di richieste semplici e chiare in difesa delle libertà sindacali e dei diritti economici. Serve una unione di tutto il sindacalismo conflittuale con un'azione coordinata dal basso, e non spezzettata nei mille rivoli delle rappresentanze verticistiche. Serve un coordinamento tra il sindacalismo conflittuale e i comitati territoriali cittadini che difendono l'ambiente, le periferie e gli spazi liberi dall'aggressione degradante del capitale e un coordinamento con tutte le forme associative territoriali o di categoria anticapitaliste.

Ed è fondamentale inoltre favorire tutti quei coordinamenti anticapitalisti che oltrepassino i confini dei singoli paesi e diano un respiro internazionale all'organizzazione del conflitto.

In questo scenario è fondamentale che si confrontino e si impegnino i militanti anarchici e libertari, a partire dalla definizione delle linee di intervento politico, nel produrre analisi e materiali in un dibattito allargato interno ed esterno all'ambito libertario, ma che sappia individuare nella crescente risposta internazionale alla crisi la necessità della critica anarchica, valorizzandone i contenuti, per arrivare alla partecipazione militante e organizzata nelle lotte del proletariato europeo.

Consiglio dei Delegati
Federazione dei Comunisti Anarchici

Fano, 25 settembre 2011

sabato 10 settembre 2011

Le suore, i sindacati ed il brigante

Nella scellerata, inutile e classista manovra del governo italiano del 13 agosto, che porta il numero 138/2011, è previsto all'art. 8 ed emendamenti che un accordo aziendale o territoriale, firmato dalla maggioranza delle rappresentanze sindacali, possa regolamentare alcuni aspetti inerenti all'organizzazione del lavoro e della produzione, tra cui il recesso del rapporto di lavoro, in deroga alle norme di legge e di contratto collettivo.

L'art.18 dello Statuto dei Lavoratori (legge 300/1970), che vieta il licenziamento senza giusta causa e obbliga il datore al reintegro del licenziato, viene dunque aggirato con questo articolo, chiamando direttamente i sindacati a co-licenziare insieme ai datori di lavoro le maestranze in esubero o forse poco produttive e magari troppo sindacalizzate.

Dopo il Collegato Lavoro, l'accordo separato del 29 gennaio e quello unitario del 28 giugno, giunge questo macigno anti-operaio a lastricare la strada della distruzione dei diritti più elementari per i lavoratori italiani.

Il ministro Sacconi, nel difendere questo parto della sua mente, ha dichiarato che i sindacati, a cui viene proposto il licenziamento di un lavoratore, possono fare come quella suora del XVII secolo scampata - unica - ad uno stupro di massa in un convento ad opera di briganti, la quale affermò di essersi salvata grazie al fatto di aver detto semplicemente NO!

Ad oggi, la suora scampata sembra impersonata dalla CGIL e da tutti i sindacati di base che hanno scioperato il 6 settembre, le povere suore violentate sembrano impersonate da CISL, UIL, UGL e co., favorevoli all'art.8, ed infine il brigante violentatore dei sindacati/sorelle sembra impersonato dal ministro stesso! Ma al di là della facezia di pessimo gusto, questo art.8 è un capolavoro di odio di classe.

L'ultima versione dell'art.8 prevede che - fermo restando il rispetto della Costituzione, dei vincoli normativi europei ed internazionali sul lavoro - le intese raggiunte dalla contrattazione aziendale e/o territoriale sono efficaci anche in deroga alle disposizioni di legge ed ai contratti collettivi nazionali di lavoro che regolamentano le materie di contrattazione. Le imprese dunque possono ottenere dai sindacati firmatari degli accordi aziendali il via libera ad adottare nelle loro aziende una regolamentazione diversa dalle norme di legge e dal CCNL vigente.

Quali sono i sindacati che possono firmare un accordo del genere? Sono quelli, sul piano nazionale o territoriale, che risultano essere comparativamente più rappresentativi dalla applicazione dell'accordo del 28 giugno (art.7 in particolare), da cui è bene che la CGIL ritiri la propria firma per coerenza e manifesta dissidenza, vista la sua nefasta applicazione all'interno della manovra governativa.

Il via libera, concesso dai sindacati firmatari alle imprese, è praticabile quando le intese sono finalizzate a

  • maggiore occupazione
  • qualità dei contratti di lavoro
  • emersione del lavoro irregolare
  • incrementi di competitività e salario
  • gestione di crisi aziendali e occupazionali
  • investimenti e avvio di nuove attività
  • adozione di forme di partecipazione dei lavoratori.

Quindi per un fine quale la maggiore occupazione e quindi in caso di nuove assunzioni, o al contrario in caso di crisi occupazionale e di esuberi, l'intesa può prevedere la non applicabilità dell'art.18, oppure una sua applicazione limitata con riconoscimento di un indennizzo al posto del reintegro.

Ma se queste sono le ragioni di tali intese in deroga, quali sono le materie concrete su cui i sindacati firmatari possono esercitare la loro complicità in deroga anti-operaia e concedere il via libera (più elegantemente noto come opting out)?

Si va dagli impianti audiovisivi alle mansioni (inquadramento); dai contratti a termine ed altri contratti flessibili all'orario di lavoro; dalle modalità di assunzione al recesso del rapporto di lavoro. E qui, salvo situazioni legate al matrimonio, alla maternità, ai congedi parentali ed all'adozione o patologie di minori, tutte le altre sono derogabili dall'art.18.

Privati, con gli accordi del 29 gennaio e del 28 giugno, della loro autonoma capacità di rappresentanza e di lotta, i lavoratori vengono ulteriormente consegnati - con questa norma - al totale controllo e potere dei sindacati firmatari di queste intese proni alle scelte delle imprese, nonché all'azione repressiva di queste ultime in caso di reazione operaia di base e dal basso.

Bisogna che le categorie dell'industria della CGIL e le componenti conflittuali al suo interno si sgancino da un lato da questa logica costringendo i vertici a ritirare la firma dall'accordo del 28 giugno e dall'altro diano impulso e difesa a forme di rappresentanza dal basso nei luoghi di lavoro; bisogna che il sindacalismo conflittuale e di base affronti da un lato l'applicazione di questa normativa tutelandosi sul piano dei numeri e dell'unità per non essere definitivamente escluso dalla rappresentanza e dall'altro mantenga una forte presenza di auto-organizzazione all'interno delle aziende; bisogna che tutto il sindacalismo conflittuale, trasversale alle categorie ed alle sigle, lanci una grande battaglia per la disapplicazione degli accordi del 29 gennaio e del 28 giugno, per la disapplicazione dell'art.8 della manovra, per il mantenimento dello Statuto dei Lavoratori e per una nuova e più democratica individuazione della rappresentanza sindacale, che capovolga l'attuale tendenza alla centralizzazione burocratica in atto nel sindacalismo italiano e rilanci una grande stagione di lotta per le rappresentanze consiliari, elette su scheda bianca, titolari della contrattazione aziendale e tutori del rispetto dei contratti nazionali e dei diritti dei lavoratori.

Commissione Sindacale
Federazione dei Comunisti Anarchici

9 settembre 2011

domenica 24 luglio 2011

Genova: Dieci anni dopo



Genova: Dieci anni dopo


Sono passati 10 anni. Già all'indomani di quei tragici giorni di luglio del 2001, insieme ai genitori di Carlo avevamo chiesto verità e giustizia per quel corpo disteso sull'asfalto di piazza Alimonda, per quella giovane vita spezzata da due colpi di pistola sparati da quelli che dovrebbero essere i tutori dell'"ordine". Verità e giustizia avevamo anche chiesto per le centinaia di donne e di uomini che in quei giorni furono malmenati, massacrati, umiliati da quelli che dovrebbero essere i tutori dell'ordine.

Sono passati 10 anni ma di verità ne sappiamo poca e quasi esclusivamente per merito della controinformazione, mentre di giustizia non ne abbiamo avuta neanche un po'.

Amareggia ma non stupisce che, nel Paese noto in tutto il mondo per le sue stragi impunite, funzionari di Stato riconosciuti colpevoli di azioni aberranti nei confronti di cittadini inermi non ne rispondano ma continuino a vestire una divisa ed anzi, in molti casi, abbiano ottenuto promozioni; suscita indignazione ma non stupisce, in questo sfortunato Paese, che un omicidio consumato su una pubblica piazza da appartenenti alle forze dell'ordine possa essere archiviato senza processo. E sorprende forse qualcuno il fatto che chi in quei giorni assunse nell'ombra una sorta di direzione politica delle forze dell'ordine, sieda ancora in parlamento? Che ricopra una delle più alte cariche dello Stato? che possa addirittura essere considerato un interlocutore credibile anche da una certa "sinistra"?

D'altra parte questo è il Paese in cui, di finanziaria in finanziaria, si ruba ai poveri per dare ai ricchi, il Paese in cui morire sul lavoro non fa più notizia, in cui si può essere precari a vita e pubblicamente sbeffeggiati da un ministro della Repubblica, in cui cercare una vita migliore da straniero significa commettere un reato ed essere espulso (quando non cannoneggiato in mare), in cui i beni comuni (cioè appartenenti a tutti i cittadini) vengono svenduti o regalati al Capitale. Un Paese che, nella sua classe politica, ha fatto propria l'ideologia liberista innervandola di pulsioni razziste e xenofobe.

L'Italia che ospitò il G8 a Genova, 10 anni fa, non era tanto diversa da quella odierna né da quella del passato. Di fronte a decine di migliaia di persone provenienti da tutta la terra per dimostrare che un altro mondo era possibile, per discutere sulle piazze tematiche, per urlare il proprio dissenso verso le politiche economiche liberiste, lo Stato seppe solo e come sempre mettere blindati, provocazioni, repressione. Con l'aggiunta, per l'occasione, di reticolati e zona rossa. Per ridurre le rivendicazioni di quel movimento esteso e composito, intelligente e determinato, ad una questione di ordine pubblico.

Eppure quel movimento mondiale e visionario che a Genova, nel 2001, morì con Carlo, lasciò un testamento sociale e politico. Che nel tempo è stato ripreso da chi si batte contro lo scempio del territorio, contro le privatizzazioni dei beni comuni, per il diritto delle persone di circolare liberamente, contro le guerre e le spese militari, contro razzismo e xenofobia, per la dignità e la sicurezza sul lavoro, per il lavoro e contro la precarietà, per il riscatto dei tanti sud del mondo.

Noi comunisti anarchici, noi libertari, eravamo presenti a Genova nel 2001 come siamo stati sempre presenti ovunque si sia trattato di difendere e far progredire l'umanità contro la barbarie. Siamo presenti oggi e lo saremo domani nelle lotte sociali, politiche e sindacali con i nostri ideali, i nostri contenuti e le nostre proposte.

"Portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori"

Federazione dei Comunisti Anarchici

21 luglio 2011

sabato 2 luglio 2011

NO TAV! E BENI COLLETTIVI

Ormai abituati alle missioni di pace, l’esercito italiano occupa la Val di Susa per proteggere i cantieri della TAV. In fondo anche questo è portare il progresso e la democrazia. Come quando negli anni venti si costruivano le strade e i ponti in Eritrea a colpi di iprite. E come nelle missioni di pace con cui portiamo la democrazia in giro per il mondo gli effetti collaterali sono da mettere nel conto. Così abbiamo la prima vittima civile di questa guerra interna non dichiarata, travolta a 65 anni da un blindato che “faceva manovra”. La prima vittima civile, se non ci ricordassimo di Sole e Baleno. .

Una guerra civile non dichiarata non è altro che questo, l’esercito mosso a sedare una rivolta pacifica e coerente che nasce nel 1991 (si, venti anni fa) e a occupare militarmente zone ribelli.

La lotta dei valsusini contro la costruzione della linea TAV non è solo la lotta di una comunità locale contro la rovina del proprio territorio: è anche questo ma è anche qualcosa di molto più importante.

La lotta noTAV è un’opposizione globale che travalica il territorio della Valle di Susa, in quanto riproduce non solo la contrarietà locale all’occupazione devastante e socialmente inutile del territorio da parte dell’industrialismo capitalista, ma è capace di delinearla come opposizione al mito dello sviluppo infinito, bandiera bipartisan sia del liberismo che del Capitalismo di Stato.

Mito la cui adorazione senza riserve porta con se il sacrificio incondizionato delle nostre vite, del nostro lavoro, della qualità della nostra vita, sul sacro altare del profitto. Modello di sviluppo tanto caro non solo alla destra ma anche a quella sinistra istituzionale che, con la scusa del benessere, oltre a garantire il completo asservimento e sfruttamento economico della gran parte della popolazione, ha consegnato il territorio e l’ambiente nelle mani rapaci e distruttive del Capitale.

E per quanto la propaganda di regime cerchi di spacciare da decenni la TAV come fondamentale, facendo adesso appello ai 600 milioni di finanziamento europeo persi in caso di mancata apertura dei cantieri, e continuando a millantare le enormi prospettive economiche, come i nuovi posti di lavoro che si creerebbero in valle, sappiamo che i circa 12 miliardi di soldi pubblici che occorreranno a completare l’opera serviranno esclusivamente a dirottare i soldi dei lavoratori e delle lavoratrici italiane, i principali contribuenti fiscali, nelle tasche dei grandi imprenditori privati e dei burocrati statali loro amici.

Potremmo ripetere ancora fino allo sfinimento, anche rimanendo nell’ambito del puro ragionamento economico di sviluppo infrastrutturale, quello che da anni gli abitanti della Val di Susa sanno e ripetono: che esiste già una linea ferroviaria che è sottoutilizzata, sia per quanto riguarda il trasporto delle merci che delle persone, che in buona parte dell’Italia esistono delle linee in pessimo stato, che avrebbero bisogno, loro si, di essere rimodernate, e che le centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici pendolari che viaggiano tutti i giorni in treno per far arricchire i soliti pochi, sono costretti a spostarsi in condizioni di assoluto disagio. Ci si potrebbe chiedere, come si fa da anni, perché non spendere, molto più oculatamente, i miliardi di risorse pubbliche in opere di ammodernamento delle attuali linee ferroviarie, col conseguente miglioramento delle condizioni di viaggio dei lavoratori e delle lavoratrici pendolari, progetto questo si ambizioso e che creerebbe nuovi posti di lavoro, keynesiamente più intelligente, soprattutto ora che per siamo in un’era di contrazione dei consumi e della produzione di merci.

Sappiamo tutti che invece l’opera va iniziata per arricchire la solita casta industriale italiana, col beneplacito e l’appoggio, ovviamente interessato, dell’apparato legislativo ed esecutivo dello Stato e con la scontata violenza delle forze di repressione, naturali diramazioni dell’oligarchia dei poteri economico e politico.

Ma non siamo disposti ad accettare la violenza che per l’ennesima volta si è riversata sull’autodeterminazione della comunità locale della Val di Susa, violenza che, oltre a garantire con la forza l’occupazione della valle da parte della piovra capitale-stato, ha anche lo scopo di cancellare l’elemento politico per loro più pericoloso che nasce e che permea la lotta delle comunità locali degli sfruttati, e cioè l’autogestione delle scelte sulle proprie vite, a partire dalla gestione ambientalmente e socialmente sostenibile dei territori, che si lega alla grande battaglia per la gestione dei beni comuni e delle risorse collettive, nell’ambito della più generale lotta verso una società egualitaria, libera e solidale.

L’occupazione militare in Val di Susa testimonia la debolezza di uno Stato costretto a ricorrere alla forza per dimostrare il proprio controllo sul territorio, sbugiardato di fronte alla comunità internazionale nelle proprie politiche di pianificazione e di concertazione.

Una prova di forza e una vittoria di facciata, la dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che il Capitale e lo Stato sono subito pronti a gettare la maschera della democrazia quando si attenta alla loro possibilità di gestione delle risorse territoriali. Pena la loro liquidazione.

La lotta della Val di Susa dimostra questo, e per questo la lotta contro la devastazione della TAV è la lotta di tutti/e.

Luglio 2011

Federazione dei Comunisti Anarchici

www.fdca.it


domenica 5 giugno 2011

Un referendum fastidioso



Un referendum fastidioso per il governo. Un referendum insidioso per gli interessi privati nell'accaparramento e gestione dei beni comuni. Un referendum pericoloso per i padroni dell'energia e per i militari che rendono impenetrabili i siti nucleari.

Un referendum che chiede dei SI alla cancellazione di norme legislative fatte solo per gli interessi dei signori di cui sopra.

Un referendum di classe dunque, in cui il diritto a vivere in un territorio denuclearizzato e il diritto a poter disporre collettivamente dell'acqua pubblica devono essere difesi e riaffermati a fronte di chi ha prodotto leggi che - se confermate da uno sciagurato mancato raggiungimento del quorum - produrrebbero danni fatali per l'ambiente, per la salute, per la libertà di scelta della stragrande maggioranza della popolazione italiana.

La privatizzazione dell'acqua, il ripristino del nucleare non sono disegni di legge, ma norme già approvate che attendono solo di essere applicate, una volta superato lo scoglio referendario. Sono state prodotte da un parlamento ostaggio di un governo liberticida, sono state contrastate con poca convinzione da un centro-sinistra che non ha mai trovato nulla di strano nell'affidare ai privati la gestione dell'acqua pubblica e che non ha certo una limpida tradizione anti-nuclearista.

Si sono aggiunte ad uno scenario di crisi profonda dell'economia, in cui il potere e gran parte dei media hanno gioco facile nel far passare falsificazioni della realtà, per il cui il nucleare oggi sarebbe sicuro e la privatizzazione dell'acqua abbasserebbe i costi, ed entrambe le cose potrebbero creare addirittura posti di lavoro e ricchezza per i territori che spalancassero le braccia alla loro attuazione.

Un referendum dunque in cui si scontrano gli interessi del blocco sociale che esprime il governo e del capitale italiano da una parte, e dall'altra gli interessi ed i diritti delle classi trascinate nel vortice della crisi e nello spossessamento dei beni comuni e collettivi.

Una contrapposizione apparsa ben chiara alla società civile che sta ben utilizzando un'arma parzialmente spuntata come i referendum riuscendo a costruire ed allargare sul territorio una mobilitazione trasversale ai diversi attori iniziali e dimostrandosi capace per una volta di unificare diversi obiettivi parziali in una volata che ha concrete possibilità di successo nonostante il gioco pesante, di omissioni e confusioni, delle controparti.

Ce n'è abbastanza per continuare ad impegnarsi per la vittoria dei SÌ.

Federazione dei Comunisti Anarchici

1 giugno 2011