lunedì 16 settembre 2013

na tav

L'OMBRA DEI SERVIZI SEGRETI SULLA VALSUSA

Nello scenario di altissima tensione che in Val di Susa continua a contrapporre le ragioni dei No-Tav a quelle del governo, l’allarme dei servizi segreti sul rischio di una deriva terroristica della protesta suona come un sinistro presagio. Qualcosa potrebbe accadere, ma gli oltre vent’anni di barricate nella Valle hanno insegnato che a «preparare qualcosa» potrebbero essere degli elementi estranei al movimento No-Tav. Frange “deviate” dell’intelligence, votate alla provocazione al fine di colpevolizzare i gruppi di opposizione alla grande opera, la cui presenza in Val di Susa non è una novità. Parliamo di fatti mai chiariti del tutto, risalenti alla seconda parte degli anni ’90: quindici attentati e sei pacchi bomba rimasti senza un colpevole.
Diciamolo subito, trovare un filo per queste vicende non è semplice. Sono troppi i misteri di una piccola valle, tra le più belle del Piemonte, messa suo malgrado al centro di interessi politico-affaristici grandissimi che spingono per la realizzazione di un’infrastruttura faraonica, di discutibile utilità e con un forte impatto ambientale.

Le prime bombe -
Inevitabilmente il clima di scontro, forse esasperato dalla prospettiva degli espropri necessari alla posa dei binari della Torino-Lione (si parla di diverse centinaia di edifici interessati), ha portato già nella seconda metà degli anni '90 all'utilizzo da parte di qualcuno di metodi di opposizione poco ortodossi: un macchinario edile incendiato, una cabina elettrica danneggiata. Gesti isolati ai quali però sono andate sommandosi ben presto altre azioni compiute con modalità più professionali e rivendicate da strani gruppi di eco-terroristi. Sigle sconosciute che sono apparse e scomparse nel giro di pochi mesi senza lasciare traccia, con modalità che potrebbero sembrare studiate a tavolino.
La prima molotov scoppia nella notte del 23 agosto 1996 nei pressi di Bussoleno contro una trivella nel cantiere della società Consonda. Nei due anni seguenti si susseguono altre quattordici esplosioni contro vari obiettivi tra cui il portone di una chiesa, un ripetitore televisivo e un cavo a fibre ottiche della Telecom. Otto attentati vengono rivendicati dalla sigla “Valsusa Libera” mentre altri ancora dai “Lupi Grigi”. Quest'ultimo è un nome un po' strano per un gruppo che i magistrati pensano appartenere alla galassia dell'estrema sinistra, perché è lo stesso utilizzato dai terroristi della destra turca. Ma c'è un'altra stranezza. La paternità degli atti terroristici compiuti da “Valsusa Libera” e dai “Lupi Grigi” arriva quasi sempre con testi caratterizzati da un'ideologia confusa, con riferimenti a figure apparentemente distanti, dal bandito Cavallero ai partigiani Maffiodo e Trattenero. È proprio allora che, secondo il Corriere della Sera del 6 novembre 2005, gli inquirenti si fanno per la prima volta domande «su un eventuale coinvolgimento dei servizi segreti». L’accusa viene respinta direttamente dai sedicenti eco-terroristi, gli stessi che in un profetico volantino si diranno certi che «alla fine i servizi immoleranno alla stampa qualche ragazzotto di campagna». Vere o deliranti che possano apparire queste ipotesi complottiste, è bene ricordare che qualcosa di simile succede davvero.

Sole, Baleno e Silvano -
Nel corso delle indagini per individuare gli esecutori degli attentati, la Procura di Torino sostiene la tesi secondo cui tutti gli atti eversivi sono riconducibili ad un unico disegno criminoso. Seguendo ciecamente questa pista nel marzo 1998 si arriva al fermo dei presunti responsabili. Sono tre anarchici, occupanti abusivi dell'ex obitorio di Collegno: Silvano Pellissero, Edoardo Massari e la sua compagna argentina, Maria Soledad Rosas. “Blitz contro gli eco-terroristi”, titola La Stampa all'indomani degli arresti, dipingendo i fermati come “squatter con la passione delle armi”. Interrogati in questura i tre si dichiarano fin da subito estranei ai fatti.
Massari, detto Baleno, è un personaggio noto alle forze dell’ordine per la sua militanza antagonista. Probabilmente in questa vicenda ci finisce per caso e dopo l'arresto non regge all'incubo di dover scontare quindici anni di galera da innocente. Secondo la versione ufficiale, si suicida in una cella del carcere delle Vallette il 28 marzo 1998. Baleno è la prima vittima nella lotta alla realizzazione della Tav, ma non l'unica. Appena tre mesi dopo anche la sua compagna, Maria Soledad Rosas, detta Sole, si toglie a sua volta la vita in una comunità di Bene Vagienna. In carcere rimane, con l’accusa di associazione sovversiva, solo Silvano Pellissero, quarantenne di Bussoleno. La Procura gli contesta la devastazione e il successivo incendio del municipio di Caprie avvenuta il 15 gennaio 1998, un episodio che i PM Laudi e Tatangelo ritengono provante del collegamento esistente tra gli anarchici e i “Lupi Grigi”. Pellissero è un colpevole perfetto, dal momento che tra i suoi precedenti spicca un arresto per possesso di armi ed esplosivi. Una vecchia storia la cui importanza per provare l'interesse dei servizi segreti alla Val di Susa è però tutt’altro che trascurabile.

“Il pollo alla dinamite” -
Sono le 19.00 di mercoledì 24 marzo 1981. In una borgata di Bussoleno un’improvvisa esplosione fa saltare in aria un pollaio di proprietà della famiglia Pellissero. Quando i vigili del fuoco intervengono per spegnere il rogo si trovano inaspettatamente di fronte a un campionario di dinamite, tritolo, fucili da guerra e bombe a mano.“Il pollo alla dinamite”, titola sarcasticamente Luna Nuova. La scoperta di armi da guerra nella Valle lascia spazio a tante ipotesi campate in aria, non ultima quella di una cellula terroristica.
All'epoca Silvano Pellissero ha solo vent'anni e vive lontano da casa perché sta svolgendo il servizio militare. Le armi appartengono a suo padre, indomito partigiano che si era sempre rifiutato di consegnare il suo piccolo arsenale. Lo teneva lì, nel pollaio, come cimeli del tempo che fu. Nel processo viene dimostrato come quella artiglieria fosse ridotta ad un cumulo di ferraglia, in buona parte inutilizzabile, ma ciò non sottrae i soli due uomini della famiglia, Silvano e suo padre, a una condanna a due anni con la condizionale. Ad arrestarli è il maresciallo dei carabinieri Germano Tessari, soprannominato Tex, già uomo di fiducia del generale Dalla Chiesa. Per una casualità, quasi vent'anni dopo lo stesso maresciallo sarà anche collaboratore del magistrato che indagherà sugli attentati attribuiti ai “Lupi Grigi”.

Armi, 007 e misteri -
Le cronache si interessano al maresciallo Tessari nei primi anni '90 quando viene coinvolto nello strano caso della Brown Bess, un'armeria di Susa dalla quale spariscono 397 pistole. Un traffico di armi che sarebbe stato organizzato direttamente da uomini appartenenti agli apparati di sicurezza. Ad affermarlo sono gli stessi armaioli. «Secondo la difesa», si legge su La Valsusa del 15 gennaio 1998, «i gestori dell'armeria erano convinti di rendere un servizio allo Stato collaborando con i servizi segreti».
L'inchiesta si trasforma ben presto in «un vespaio», nel quale si verificano intimidazioni ai magistrati, ai testimoni, ai giornalisti e a chiunque si occupi del caso. Minacce che, secondo quanto un inquirente dichiara a La Stampa, «non si sono limitate alle parole».
Sul banco degli imputati finisce anche un agente dei servizi segreti, tale Franco Fuschi. Nel 1999, dopo aver confessato ben 11 omicidi (alcuni dei quali per conto del SISDE), nonché la sua responsabilità in alcuni falsi attentati attribuiti ai sedicenti “Lupi Grigi”, Fuschi viene condannato all'ergastolo. Le accuse contro Tessari vengono invece archiviate dal tribunale, mentre le reali responsabilità dei servizi segreti rimangono un nodo irrisolto.
L'inquietante intreccio di bombe, 007 e misteri irrisolti rappresenta il quadro d'insieme nel quale nel 1998 vengono condotte le indagini sugli eco-terroristi che porteranno all'arresto dei tre anarchici. Un provvedimento evidentemente troppo frettoloso visto che nel 2001 la Corte di Cassazione di Roma invaliderà l'accusa di attività terroristica con finalità eversive per l'unico sopravvissuto, Silvano Pellissero.
Di Soledad-Sole e Edoardo-Baleno rimane invece soltanto il rispettoso ricordo. Alla loro storia e a quella di Pellissero è dedicato “Le scarpe dei suicidi”, bel libro scritto da Tobia Imperato che rappresenta una accurata e preziosa cronaca dei fatti. Oggi, nell'ora più delicata per le sorti dello scontro in atto in Val di Susa, sarebbe bene che i magistrati della Procura di Torino si ricordassero di loro. E magari anche di quella frase sibillina, scritta da qualcuno molti anni fa: «Alla fine i servizi immoleranno alla stampa qualche ragazzotto di campagna».
Massimiliano Ferraro

giovedì 22 agosto 2013

Sacco e Vanzetti







 Si papà, sono in galera
Non aver paura e divulga il mio Crimine
Il Crimine di amare chi è dimenticato
Solo chi resta zitto deve vergognarsi

Ti dico subito che c'è contro di noi:
c'è un'arte antica, viva da secoli
vai indietro negli anni e vedrai
Come ha sporcato di nero la Storia

Contro di Noi c'è La Legge
Con una Forza immensa e un Potere sconfinato
Contro di Noi c'è la Legge!
La Polizia sa come farti diventare Colpevole o innocente
Contro di Noi c'è il Potere della Polizia!

Menzogne dette senza vergogna sono state comprate coi soldi
Contro di noi c'è il potere dei soldi!
Contro di noi c'è l'odio razziale
e il semplice fatto che siamo poveri

Caro papà, sono in galera
non aver vergogna e parla del mio crimine
Il crimine dell'amore e della fratellanza
Solo chi resta zitto deve vergognarsi

Dalla mia parte ho l'amore, l'innocenza, i lavoratori e i poveri
Perciò sono tranquillo, forte e pieno di speranze
Ribellione e rivoluzione non hanno bisogno dei dollari
ma hanno bisogno di immaginazione, sofferenza, luce e amore
e considerazione per ogni essere umano.

Non rubare mai! Non uccidere mai!
Sei un anello di una catena fatta di forza e di vita
La rivoluzione avanza da un uomo all'altro e da un cuore all'altro
E quando guardo le stelle sento che siamo figli della Vita.
La morte è poca cosa.

giovedì 8 agosto 2013

atomica




Hiroshima, 68 anni fa: per non dimenticare

In queste giornate afose rischiano di cadere in silenzio due date che rievocano un’immane tragedia per l’umanità. Mi riferisco al 6 e al 9 agosto 1945, quando gli americani sganciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Solo nei mesi immediatamente successivi alla deflagrazione i morti furono oltre 200 mila. Secondo stime attendibili, fino ad oggi le vittime accertate sarebbero oltre 350 mila, in seguito soprattutto alle affezioni tumorali provocate dalle micidiali radiazioni termonucleari.

Quelle dell’agosto 1945 sono state le uniche volte in cui furono impiegate armi nucleari in un conflitto bellico contro popolazioni civili, sterminando intere generazioni e annichilendo intere città. Bisogna ricordare che la paternità storica di tali crimini contro l’umanità, rimasti tuttavia impuniti, va ascritta agli Stati Uniti d’America, che non hanno esitato un momento ad usare armi di distruzione di massa per vincere la guerra.

In particolare occorre riflettere sulla seconda bomba, sganciata su Nagasaki. Secondo vari storici si è trattato di un atto terroristico evitabile, eppure è stato ugualmente eseguito per due ragioni fondamentali. La prima, più che altro un alibi tecnico-scientifico, era che la bomba su Nagasaki, essendo composta di plutonio e non di uranio arricchito come quella su Hiroshima, aveva bisogno di essere sperimentata, ma un simile ragionamento è semplicemente cinico. Il secondo motivo era di ordine strategico, in quanto la seconda bomba era inutile per vincere la guerra contro il Giappone, un paese già stremato, ridotto alla mercé dei vincitori, per cui apparve subito evidente il vero scopo della seconda esplosione, vale a dire un atto scellerato in funzione antisovietica.

In tal senso le bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki, le ultime della seconda guerra mondiale, furono anche le prime della “guerra fredda”. Insomma, fu un chiaro segnale intimidatorio teso a far capire ai sovietici ed al mondo intero chi erano i nuovi padroni.

Negli anni successivi al 1945 le armi atomiche furono adottate dalle principali potenze: l’URSS la ottenne nel 1949 grazie alla decisione di alcuni scienziati che avevano concorso alla creazione della bomba H per il governo nordamericano, per ristabilire un equilibrio tra le parti avverse, la Gran Bretagna nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964.

In questo periodo, segnato da una prima proliferazione degli arsenali atomici, sorse un clima di “guerra fredda” nel quale i due blocchi politico-militari (la NATO, ancora esistente e il Patto di Varsavia, che ruotava attorno all’Unione Sovietica) erano coscienti di annientarsi vicendevolmente con il solo impiego delle armi atomiche. Era la teoria della “distruzione mutua assicurata” alla base del cosiddetto “equilibrio del terrore”, la strategia della deterrenza che, in qualche occasione, ha scongiurato il rischio catastrofico di un conflitto termonucleare totale. Tale “equilibrio”, ancorché fosse un utile deterrente sul piano strategico, tuttavia non impedì un’enorme proliferazione degli arsenali atomici sia ad Ovest che ad Est. Al contrario, le armi nucleari divennero più numerose, ma soprattutto più sofisticate, quindi più potenti, al punto che confrontate con quelle successive le bombe gettate su Hiroshima e Nagasaki parevano “giocattoli”.

Gli arsenali atomici a disposizione dei due blocchi (Est ed Ovest: nemici sulla carta, ma in realtà complici rispetto alla spartizione economica, politica e militare del globo) erano potenzialmente in grado di disintegrare il pianeta, non una, ma decine di volte.

Nel corso degli anni ‘80 il dialogo tra Reagan e Gorbaciov condusse alla stipulazione dei trattati START I e START II che sancivano una graduale riduzione degli armamenti atomici posseduti dalle due superpotenze. In quegli anni, esattamente nel 1985, uscì un film intitolato “War games” (tradotto in italiano “Giochi di guerra”) che narra la storia di un ragazzo di Seattle che, giocando col computer, riesce ad inserirsi nella rete informatica della difesa nucleare statunitense provocando, nella finzione cinematografica, il rischio di un conflitto termonucleare, poi scongiurato. Cito il film per evidenziare come in quegli anni la percezione dei pericoli di un conflitto atomico che avrebbe potuto causare l’autodistruzione del genere umano, era maggiore di oggi.

Eppure, la situazione odierna è ben più pericolosa di quella descritta relativamente al periodo della “guerra fredda”. Attualmente, gli Stati che dichiarano di possedere armi nucleari e fanno ufficialmente parte del cosiddetto “Club dell’atomo” sono esattamente otto: Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan e Israele.

Inoltre la possibilità, non solo teorica, che alcune armi atomiche come le cosiddette “bombe sporche” (che non costano come le armi atomiche e non esigono particolari competenze scientifiche, se non quelle, ormai diffuse, che servono a costruire una bomba tradizionale) possano cadere nelle mani di gruppi terroristici al soldo dei servizi segreti delle varie potenze (USA ed Israele sono in cima alla lista per la loro spregiudicatezza) può fornire una vaga idea della elevata pericolosità dell’odierna situazione internazionale, segnata da tensioni aggravate dalla politica della “guerra globale preventiva” che di fatto alimenta le spinte oltranziste in ogni angolo del mondo.

L’odierna situazione planetaria è dunque più insidiosa del passato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino del 1989 e il disfacimento dell’Unione Sovietica, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando sono state rilanciate la ricerca e la produzione di nuove generazioni di bombe nucleari, molto più piccole e facili da utilizzare. Nonostante ciò, la consapevolezza del pericolo rappresentato dagli arsenali atomici da parte dell’opinione pubblica mondiale, è ad un livello più basso rispetto agli anni della “guerra fredda”, un periodo in cui l’equilibrio tra le superpotenze esercitava un effetto deterrente. Oggi quell’equilibrio non esiste più ed è rimasto solo il “terrore”.

Anzi, la situazione odierna è profondamente instabile e gli USA non sono in grado di gestirla da soli attraverso un ruolo di gendarmeria planetaria che si sono auto-attribuiti con la consueta arroganza che li ha condotti in uno stato di isolamento. Oggi assistiamo ad un insidioso rilancio della ricerca nucleare per fini militari, che vede un coinvolgimento crescente anche dell’Italia. Si pensi che all’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) e nella base americana di Aviano sono già pronte almeno 90 testate nucleari.

Per capire l’estrema pericolosità derivante dall’odierno scenario internazionale, ricordo un episodio del 2002, quando India e Pakistan (che già nel 1998 avevano condotto alcuni test nucleari) si trovarono sull’orlo di un conflitto per il controllo del Kashmir, un territorio al confine tra i due Stati, famoso per un tessuto morbido e leggero di lana omonima ricavata da una particolare razza di capre che vive solo in quella regione. Si trattò di una pericolosa contesa politica che avrebbe potuto degenerare apertamente e facilmente in uno scontro bellico, con un eventuale ricorso ad armamenti termonucleari.

Oggi esistono alcune micro potenze regionali, quali la stessa Israele, che detengono arsenali atomici micidiali e assumono atteggiamenti ostili e belligeranti verso gli Stati confinanti. E nessuno osa denunciare la situazione. Anzi, chi si azzarda è tacciato di “antisemitismo”. Naturalmente sarebbe ipocrita non riconoscere che la più grave minaccia proviene da quelle superpotenze mondiali come Usa, Cina e Russia che mirano ad una nuova spartizione geopolitica ed economica del mondo ed agiscono in modo espansionistico sul terreno commerciale, entrando spesso in contrasto tra loro. Si pensi alla competizione tra Usa, Cina ed Europa o alla guerra monetaria tra l’euro e il dollaro.

Certo, dal ‘45 ad oggi le guerre finora combattute e quelle in corso non hanno mai registrato il ricorso ad armi atomiche, ma solo a quelle convenzionali. Finora ho fornito una ricostruzione storica in materia di armi nucleari, provando ad evidenziare un confronto tra gli anni della “guerra fredda” e la realtà odierna che è assai più insidiosa, benché la coscienza della gente sia meno diffusa e profonda rispetto al passato. A tale proposito mi sembra utile citare un brano tratto da un articolo di Giorgio Bocca (apparso diversi anni fa nella rubrica “L’antitaliano”), nel quale l’anziano giornalista scriveva testualmente: “Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l’apocalisse era ormai entrata nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell’Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna in basso e non destò particolare emozione. Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l’arma della distruzione totale, ma l’Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?”. In altri termini, il fine (ossia la conclusione della seconda guerra mondiale) ha giustificato il mezzo, ovvero il ricorso alla bomba H, vale a dire ad un terrificante strumento di distruzione di massa.

Oggi, più che in passato, la bieca logica machiavellica del “fine che giustifica i mezzi” non può e non deve essere tollerata, ma va respinta con fermezza ed in modo definitivo, pena l’annientamento dell’umanità e di quasi ogni forma di vita sul nostro pianeta.

Le cause delle guerre, siano esse convenzionali o meno, sono fondamentalmente le stesse: il possesso e il controllo della terra, dell’acqua, del petrolio o di altre preziose materie prime, lo sfruttamento dell’uomo e della natura, l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo, vale a dire di una classe sociale da parte di un’altra classe.

Queste sono le ragioni primarie che possono scatenare un conflitto bellico. Il fatto poi che alla guerra condotta con armi convenzionali si sostituisca la guerra “termonucleare”, non cambia e non toglie assolutamente nulla alle cause, al carattere e al significato di classe della guerra medesima. Tuttavia, è evidente che la differenza tra guerre tradizionali e guerra nucleare sta nel fatto che le armi atomiche sono strumenti di distruzione totale: un “dettaglio” non certo trascurabile, che non va sottovalutato.

Lucio Garofalo